… say/make/take not any intention (s/propositi)

31Dec09

2010

“Ho visto il meglio, vedrò l’impossibile” (cappella underground trieste 40°)

30Dec09

Ho visto il meglio, vedrò l’impossibile from Diego Cenetiempo on Vimeo.

di diego cenetiempo

La Cappella Underground

Fino ai dieci giocavo a calcio, quasi tutti i giorni, sul cemento e contro le reti di Piazza Carlo Alberto…

Leonard Cohen Tel Aviv Concert DVD – Labor Of Love Available As Free Download

29Dec09

lc in tel aviv

Grazie/Thanks/Todà to Guy’n'Guy

Sfuocature

28Dec09

sfuocature

Extra Modernity

20Dec09

http://extramodernity.tumblr.com/

Farwell, A Vànvera. Extra Modernity Is Here , To Stay ?


Badabang

Una Sola Moltitudine

Sensi

Sigari, TaBacco e Cenere

Cosa di meglio può capitare ( BaoLine )

Cattività

Fannullone

Un’ultima affermazione… (JLB)

Polizza Vita

Socializin’ Loneliness

Nevica dentro, ovvero: Extra Modernità, istruzioni per l’uso

19Dec09

Beaux Arts Trio plays Ravel Trio, I

Ciò che viene chiamato il Terzo Millennio, secondo un conteggio parziale e manipolato, è – adottando gli stessi parametri, che non sono i miei – il Tempo della Extra Modernità.

Poi non dite che non ve l’avevo scritto.

Il Primo Movimento, Modéré, del Trio per Violino, Pianoforte e Violoncello di Ravel è la Sigla di questo Programma, di cui avete letto la prima Puntata, e pure l’ultima.

Piovono, ossepiovono !

17Dec09

Sui Cinema dal 23 dicembre, Piovono Polpette.

The world needs your originality, Flint

Replica: Quinta di Copertina, 2 aprile 2007

15Nov09

k-ombra-di-k.jpeg

Così è bene che la finisca qua, ma per davvero stavolta, non come le precedenti millanta in cui l’ho promesso senza mantenerlo. Come vedete da soli sta finendo lo spazio, siamo già in quarta di copertina. Bisogna darsi un limite, dicono, ed è vero: siamo alla fine. Ovvio che non finisce qui, ma non sarà questo libro a dirvi come va a finire. Eppure, se avete letto (davvero e bene) questo libro, sapete già come andrà.

E non vergognatevi mai più. Ciao.

«Beyond a certain point there is no return.
This point has to be reached.»

(K.)

Manuale di Investigazione, di Jedediah Berry: Alcune Possibili Recensioni

14Nov09

manuale, cover

Per Lettori Che Non Hanno Tempo da Perdere.

Un giallo, un Mystery sapientemente condotto da principio a fine. Ogni pezzo trova il suo collocamento, e sebbene il quadro ricomposto in finale sia fatto delle stesse tessere di quello iniziale, prima della sua frammentazione, ciò che il lettore vedrà sarà diverso, a cominciare da se stesso: dovrà ammettere, per esempio, che aveva tempo da perdere…

Tassonomica, dunque incompleta.  In progress  e personale, arbitraria ma meditata. In (dis)ordine di comparizione:

David Lynch, Italo Calvino, Pinocchio, Lewis Carroll, Tim Burton, Sigmund Freud, David Foster Wallace, Renèe Magritte, Borges, Isaia, Salvador Dali, Kafka, Hector Berlioz, Frank Zappa, Savinio, Juan Octavio Prenz, Dioniso, Ka, Matrix, Puck, Bunuel, Goofy

Filosofeggiante, con leggerezza.

Tra ordine e caos non una vera opposizione, ma una partita, piuttosto, è in corso. Non è possibile perderla, nè vincerla. E la lingua – escamotage inadeguato quanto insopprimibile – può solo raccontarla, mai veramente dirla. Questo è un bene, la frase che ho appena scritto andrebbe pronunciata con la stessa tonalità, lo stesso sorriso di chi ha trovato il tesoro, la risposta, l’amore.

Politicante.

Nessun Caos è peggiore di quello cui costringe l’ Ordine.

MetaLetteraria.

Lo scrittore è un Impiegato, non un Detective.

Sentimental.

Si ritrovarono entrambi accucciati: i libri e i fogli sparsi che riuscivano a raccogliere erano sempre meno di quelli che cadevano di nuovo a terra. A rivederla – a vederla meglio : le facce arrossate, i fogli sfuggenti, i culi a millimetri da terra – quella posizione era così buffa, due bambini che trattenevano a stento  pipì e risate. ” Posso baciarti ? “ – chiese infatti lui, senza mollare un libro. Fu proprio come quando cadde a terra l’ombrello della Donna Dal Cappotto Scozzese che aspettava il treno delle sette e ventisei sotto la pensilina, lassù a pagina quattordici per la prima di quattordicimila volte. Charles Unwin non sapeva – e non lo sapeva nemmeno il ragazzo che abbiamo lasciato accucciato e ridicolo – perchè era andato alla stazione quel giorno. Sapeva però che ci sarebbe tornato per sempre, nonostante tutto, fino a quando avrebbe visto chi la Donna Dal Cappotto Scozzese stava aspettando. Ed è esattamente così che andò a finire, duecentosessantasette pagine dopo. ” Perchè ? “

Quella da Pagina della Cultura e Spettacoli. ( Beh, insomma, da Supplemento Letterario BaoTzeBao, diciamo… )

Un esordio così promettente da rischiare di restare ineguagliato. Jedediah Berry ha scritto un libro che sonda e quasi esaurisce le possibilità della letteratura, e nello stesso tempo permette di credere che ci sarà sempre e comunque un’ altra e diversa maniera di dire – combinandole in altro ordine – le stesse cose. Seguendo tutte le regole il giovane americano da vita a una storia che nessun fumetto, film o quadro potrebbe meglio raccontare, e lo fa con la sola forza delle parole. Spesso, avanzando tra le pagine come in un bosco-sipario – dove ogni svelamento apre a una nuova scena misteriosa – vengono in mente i disegni di Escher, o gli specchi di Alice, i taccuini di Dora, gli orologi di Magritte e Dali, le proiezioni di Lynch o le maschere di Burton, le linee curve di Foster Wallace e quelle dritte di Prenz, l’infinito di Leopardi e quello racchiuso fra un battito e l’altro dell’occhio di Ka… ( cfr Recensione Possibile Numero Due ) . Ma nessun mezzo, per quanto plastico e libero possa sembrare, è altrettanto e davvero libero e plastico quanto può esserlo la parola. La trama: un uomo che è contento di quello che fa si trova suo malgrado a dover cambiare mestiere. Lotta per tornare quello che era e per riuscirci dovrà cambiare tutto, meno il cappello. Vanno in scena: l’eterno conflitto fra il Bene e il Male; il difetto di comunicazione fra schedari e luna park;  l’errore di prospettiva fra cosa vediamo e cosa c’è; la tragicomica, e sempre fuori-sincrono masquerade fra chi crediamo di amare e chi ci ama davvero ma non lo sa ancora. Un libro adatto -  da Manuale – a scoprire finalmente il mistero, e a rimetterci sopra, finalmente liberi, il suo velo. Ma è questione d’occhi: aperti o chiusi ?  Siete svegli, adesso, o state sognando ? Ne siete sicuri ? E, se lo siete, siete sicuri di essere nelle condizioni adatte per vedere ? Fate una prova, adesso e qui: sta piovendo o siete voi che vestite un impermeabile e avete ancora aperto l’ombrello, mentre c’è il sole, adesso ?

L’Unica Davvero Esauriente, Utile e Ben Riuscita.

Manuale di Investigazione, Jedediah Berry, Adelphi, Euro 19.

C’è anche un Posto In Rete, ma se ci riuscite andateci dopo aver letto il libro. Io ci vado adesso, non mi troverete lì.

manuale, web

estranietà

12Nov09

Ho avuto due giorni difficili. Oh, roba da niente se confrontati con quelli di quasi tutti, e pur tuttavia a me sono parsi durissimi. Adesso, che forse Quando mi pare di esserne sono fuori, vedo che era necessaria una equilibratura delle gomme, troppo piene, e un conseguente rallentamento della corsa. Il che non toglie che, primo: mi piaceva andare veloce; secondo, quel che mi circonda ha ancora troppa influenza su di me. Troppa. E il peso che posso portare è sempre più limitato.

Cane nero o Cane bianco , ma Romain Gary non ha scritto un romanzo.

08Nov09

cane bianco

Tornavo a casa poco fa. Giro l’angolo con il mio bel pacchettino in mano, medicine per la tosse travestite da pasticcino, e vedo – anzi, prima ancora di vedere ascolto – un latrato di cane, aggressivo. E’ un meticcio di labrador nero, il suo padrone lo strattona ma lui non sente ragioni e continua ad abbaiare forte. A un negro. Non a un ‘ragazzo di colore mandato a pagarsi la vita cercando di vendere accendini che non funzionano e il cui ricavato non sarà tutto per lui, anzi… ‘ Quello lo vediamo noi, noi con nobili sentimenti e costosi dolciumi in pacchetto dorato. Lui vede, soprattutto annusa un negro.

E ‘ un Cane Bianco ?

No, non è una brutta battuta.

E’ che ho letto fino a pochi giorni fa l’ultimo libro edito in Italia di Romain Gary, grande scrittore francese.

Cane Bianco non è un romanzo, come l’editore Neri Pozza scrive in risvolto e il NYT conferma in quarta di copertina. O perlomeno non è fiction.

La prosa scattante e spregiudicata di Gary ( chi lo conosce per Biglietto Scaduto, o per La Vita Davanti a Sé, o per Le Radici del Cielo, o per L’Angoscia di Re Salomone… sa cosa voglio dire, agli altri invidio il piacere nuovo che proveranno dopo averlo scoperto ) racconta in prima persona quanto avviene in America negli anni della presidenza di Lyndon Johnsonn, del delitto Martin Luther King, delle rivolte e delle svolte cui quarantanni dopo daranno un significato le elezioni che hanno portato Barack Obama, la Grande Speranza Nera, nella Stanza Ovale della ( ha ha ) Casa Bianca.

Ma il protagonista non è Gary, nè sua moglie Jean ( Seberg ), o gli altri famosi (attori, politici, registi, rivoluzionari ) che compaiono con i propri nomi cognomi e debolezze nel libro.

Il protagonista è Cane Bianco, co protagonista il nero Keys, educatore e nemesi ( educatore in quanto nemesi ? ) di un testo che andrebbe fatto leggere sia alle anime belle sia ai razzisti di casa nostra: ne troverebbero, se è rimasta loro una scintilla di comprendonio o pietà, utili lezioni per il proprio comportamento.

Non temano però i BaoLettori : non è una pigna socio cultural politica, è una storia da cani, e di cani; gente diretta, sempliciotti – diranno i gattocentrici -  affettuosi,  e consapevoli della propria involontarietà quanto inconsapevoli  del proprio destino. A proposito di Gattaloghi…, apro parentesi:

(

Anni fa, una delle migliori lezioni che raggiunsero la mia superficiale attenzione mi fu impartita en passant da una persona che di lezioni dure – e dunque preziose – me ne ha date parecchie.

Dovevo aver detto una roba a proposito di quanti cani ci sono a Trieste, e quanti bassotti, poi !  No, sono sempre gli stessi di prima – mi disse, forte di studi pissicologici e naturale, abbondante spirito di critica osservazione – è che tu, adesso che stai con un cane bassotto LI vedi. Si chiama Attenzione Selettiva.

Da allora, e dico sul serio, sottopongo quasi ogni mia affermazione a quella prova finestra: è una pratica ri equilibratrice molto opportuna, specie per me che sono di tendenza un esagerato, uno che vede troppo, e dunque – spesso – male.

Non è che l’esercizio mi abbia peraltro impedito di prendere cani per gatti, o storie mai avvenute per già raccontate: mi conforta il fatto che questa condizione mi regala talvolta il piacere effimero ma pieno di saper leggere fra le righe, anche se non ho ancora capito fino in fondo quella meravigliosa battuta – di notte tutti i gatti sono grigi . In attesa di una nuova lezione en passant ci lavorerò sopra, o me ne farò una ragione.

)

Chiusa Parentesi.

Cane Bianco è anche una opportuna lettura per apprendisti romanzieri: l’urticante non chalance con la quale Romain Gary tratta se stesso è un rimedio molto efficace ai buoni propositi di quelli che hanno qualcosa da dire. E certe comunissime confusioni fra mendicanti e benefattori, fra scrittori e giornalisti, fra muse e musi, fra neri dipinti di bianco e cattolici vestiti di rosso… ( potrei continuare: il paradosso è ormai sinonimo di normalità, con evidenti problemi di identità per una parola in cerca di nuove declinazioni ) , certe confusioni sarebbe bene fossero sbiancate, chè di sepolcri e simulacri vuoti se ne ha abbastanza, non vi pare ?

Alcune sane, buone risate ; più d’una lacrimuccia tenerella; due o tre ghignate “tel’avevodettoio” e un finale brusco e spiazzante confezionano un altro manicaretto chez Gary.

Alzo il bicchiere e grido  con lui, che amò la vita al punto di togliersela : Le Chaim !

PS Scopro che Sam Fuller, nel 1982, ha girato un film tratto dal libro di Gary. Beh, senza leggere la trama ( peraltro modificata ) andate a vedere la storia della mancata distribuzione in USA, fino a un anno fa…

Dentro

07Nov09

Non smise fino alla strofa finale, incredulo prima ancora che ammirato. Stava cantando senza stonare. Entrò in casa e i saluti scodinzolanti che lo accolsero sembravano una lancetta di metronomo.  Sapeva bene di non sapere di quella canzone famosa che il ritornello, e temeva di finire perchè finendo sapeva di aver finito il suo inedito momento intonato. Così tenne la nota finale più a lungo di quanto sarebbe stata  nella quadratura giusta, per non aver il tempo di pensare. Depositò latte e pane. Tacque. Guardò il bassotto, il suo metronomo batteva ancora. Prese fiato con la calma e l’incertezza di chi assapora un liquore di cui non resta che un sorso, quello. E riprese a cantare, via via più  sicuro,  sempre meno incredulo. La naturalezza – pensava camminancantando verso la stanza da letto, bassotto entusiasta al seguito  – la naturalezza è quando non pensi e ti viene, funziona nel bene ma anche nel male, c’è gente che inciampa continuamente ma crede di camminare dritto. Si fermò: stonò prepotentemente. Sorrise, ma ci rimase male. Artù era già in cuccia, zampe all’aria, in attesa. Si inchinò alla sua sorridente bassezza, inspirò bene e comincio a fargli gratta gratta. Dentro, cantava benissimo.

Giovanni Leghissa, Alessandro Piperno, Saul, Isaac, Leone, Fiodor and mi

06Nov09

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Scommetto un buon libro ( o una cena a casa mia/sua, in cucina ) che Alessandro Piperno apprezzerà il saggio di Giovanni Leghissa, quando lo leggerà insieme agli altri del prossimo numero di PANTA intitolato PANTADECALOGO.

Sono certo di vincere perchè la domanda su cui si chiude il suo bellissimo pezzo sul Corriere della Sera di ieri trova una possibile e convincente, semplice risposta nel lavoro del filosofo triestino-viennese.

C’è un tipo di ateismo che definirei scientifico  ma meglio sarebbe definirlo procedurale  che riguarda l’accettazione della modernità intesa quale atteggiamento in virtù del quale si ritiene che le controversie tra umani si risolvono meglio senza fare ricorso all’ipotesi del divino, ovvero senza immettere nelle proprie procedure argomentative narrazioni di natura mitica o teologica. Questo ateismo fa parte integrante delle modalità attraverso le quali si risolvono sia le controversie scientifiche, sia quelle attinenti le decisioni collettive che devono portare a definire l’ambito della vita buona. Anche se la marcia verso il compimento della modernità ancora non si è conclusa, come alcuni non hanno mancato di rilevare,1 credo si possa affermare con buona approssimazione che l’assenza di ipoteche teologiche sia il principale contrassegno di tutte quelle pratiche condivise nel mondo della vita definibili come “moderne” e caratterizzate dal desiderio di mettersi d’accordo su obiettivi comuni in base a modalità argomentative che possono venir accolte  o respinte  dall’uditorio universale facendo appello unicamente all’uso pubblico della ragione.
Si noti che questo ateismo non implica l’assenza, nell’ambito della sfera privata, di esperienze religiose legate a questa o quella tradizione religiosa: individui capaci di argomentare in base ai canoni della scienza nei contesti in cui è in gioco la verità, oppure capaci di cercare un accordo minimale in quei contesti in cui si tratta di definire il giusto o l’equo, possono benissimo scegliere, quando operano in contesti comunitari definibili come religiosi, di adorare questo o quel dio, oppure possono abbandonarsi a pratiche magiche di varo tipo, volte per esempio a influenzare il corso degli eventi ricorrendo all’aiuto di potenze sovrumane o demoniche.
Nel presente contesto, però, mi interesserò a un altro tipo di ateismo, che definirei esistenziale, il quale implica l’accettazione del fatto che non solo la vita umana in generale, ma soprattutto la propria vita, sia articolabile quale avventura sensata e tutto sommato divertente anche in completa assenza di un riferimento vincolante a una figura divina che si porrebbe come garante del senso da attribuire alla propria esistenza e al proprio sforzo di comportarsi in modo corretto e rispettoso verso i propri simili.
La tesi che vorrei sostenere è che tale ateismo può essere visto come una declinazione possibile del divieto biblico di farsi un’immagine del divino. ( … )
( Tratto da Non avrai altri dèi al mio cospetto”: considerazioni su idolatria concettuale e ateismo
di Giovanni Leghissa – PANTADECALOGO. )

Questa pagina, la prima di un lavoro breve ma succoso, pone la premessa per un approccio serio alla questione che anche Piperno affronta nel suo articolo, tramite Tolstoj e Dostoewskj, a loro volta schermati da Singer e Bellow.

Piperno -  i cui articoli di/da/sulla letteratura hanno il dono della perspicacia e del rigore ma non annoiano e – soprattutto – non sono scritti per lui e per pochi altri felici – usa le armi dello scrittore per entrare da critico nei testi dei suoi colleghi viventi, che respirino ancora da soli o per insuflazione di noi,  loro lettori.

Talvolta l’operazione gli viene meglio, per complicità o invidia per gli scrittori di cui scrive, perchè a mio parere Piperno è, di natura, un narratore.

Avevo da poco letto il suo libro su Proust e l’ebraismo grazie all’assist di Giorgio Pressburger che un  certo Alessandro Piperno, preceduto da squilli di tromba, se ne esce con un romanzo dal titolo PhilipRothiano anzichenò, ” Con Le Peggiori Intenzioni “. Lo mismo Piperno ? – mi chiesi già sospettoso e prevenuto. Il saggio non mi aveva convinto, questione di lingua più che di tema, e il titolo mi pareva forzato. Ma – consapevole come sono e resto – di aver da rileggere Proust ancora longtemps prima di dire in pubblico qualcosa a proposito, mi ero beato della sua capacità di entrare in certe pagine, in certe sfumature: puzza di scrittore, mi dicevo, dell’egocentrismo e della sapienza di uno che le parole le piega, non le s/piega…

Poi, ripeto: prevenuto, leggo il romanzo. Mi piace, non quanto a Antonio D’Orrico ma si sa, a D’Orrico uno scrittore o un romanzo piace troppo, o per nulla.

( A proposito, Sior Magazine, quando tributa l’0nore – e le copie vendute, e la diffusione e il piacere che porterebbe ai lettori – che ha largamente sprecato per modesti quanto bravi – ma di questi tempi, però… – scrittori italiani e non a un gigante della letteratura chiamato Romain Gary ? Non può non averlo letto, e forse se ne è già un poco occupato, ma non con l’intensità che merita. Merci, au re vous lire. )

Allora richiedo a Pressburger  il libro di Piperno su Proust, ma lui non lo trova, o teme glielo rubi, adesso che l’autore è diventato famoso…

Il che ci porta al tema iniziale dell’articolo sul Corriere della Sera di ieri - ” Isaac Singer, l’odiato amico “.

Dopo aver letto il quale, ho pensato che una vera amicizia può aver luogo solo fra simili, meglio se in conflitto tra loro – nemici ma sulla stessa strada impegnati a cercare e possibilmente – talvolta e impermanentemente – trovare lo stesso tesoro.

( qui andrebbe dato conto di un libro di pochi fogli e mille stimoli di Agamben, ” L’Amico “ , Nottetempo, ma già sto facendo anche troppo il bauscia, mi limito a segnalarlo, oltre che usare l’illustrazione a partire dalla quale svolge – da par suo – il tema dell’amico… )

E finalmente torno a Giovanni Leghissa, alla lettura del suo “Non avrai altri dèi al mio cospetto” : considerazioni su idolatria concettuale e ateismo ”, di prossima uscita nel PANTADECALOGO.

Giovanni e io ci conosciamo da quel pomeriggio del - boh, chi lo sa, lo saprà lui, poi glielo chiedo – in cui, a partire da una mia frase nel corso di un programma televisivo a proposito di Moses Mendelssonn ( il filosofo, non il musicista ), facemmo tali  giri di parole e divagazioni da restare insieme oltre quattro ore: molto oltre, chè quelle ore sono ancora in corso, una ventina d’anni dopo.

Il legame fra noi è passato attraverso il gusto per il cibo , la filosofia, il vino, la storia delle civiltà e quella di noi due.

Ma fino a ieri, fino a quel magnifico minuto dopo aver letto l’ultima delle venti pagine del suo lavoro ( op. cit. – he he he ! ), qualcosa di non detto e di non scritto era rimasto fuori, come un ospite desiderato ma non ancora ammesso.

Ora, voi che forse avete letto fin qui vi state dicendo quel sonante echissene che ci vuole quando uno, come sto facendo io, usa parentesi e digressioni come diversivi e trappole, per sè e per gli altri.

Bene, messaggio ricevuto, torno alla questione.

Che è quella – nientepopòdimeno – dell’esistenza/inesistenza di dio, o di Dio, o di io, o di Io…

Ebbene, la risposta – una possibile risposta – sta in quel saggio di Giovanni che io ho già letto tutto ( questa è la paga di una amicizia intellettuale: leggi prima, con-dividi ) , ma Piperno e voialtri solo la prima pagina, forsi !

Come tutte le risposte alle domande ben poste ( quelle sono difficili ),  è semplice.

Ed è necessaria, nel duplice senso della sua naturalità stringente e del suo bisogno di esser nota in questi tempi di paroloni e mega questioni, di simboli sbandierati e politici inadeguati, di laicismi cattolicheggianti e astrusità pseudo liberali.

PS Di Alessandro Piperno aspetto con gioia l’opera seconda in narrativa. Letteralmente. Voglio dire che apprezzo non sia ancora uscita: denota consapevolezza, visto il tema da lui ( scherzosamente ? Non credo ) annunciato. Un tema anche lui sia proustiano sia rothesco…, e vecchio come la Bibbia.  Ma, ciò detto, Piperno per favore, a quella cena da me o da lei, mi sappia dire, la prego, mi faccia leggere

Leonard Cohen a Kontowood ?

05Nov09

Arena_zagreb_3

il 15 marzo, a Zagabria, e il 17 marzo, a Lubiana, Leonard Cohen Live.

il 24 marzo, a Kontowood

( e per chi lo preferisce freddo, il 19 sulla Piazza del Cremlino, a Mosca )

To-day ( back on top, and staying… )

05Nov09

world cha

Start Spreading The News ( and kiss a player, if you dare ! )

To-nite

04Nov09

MyPicture

L’uomo che incontrò Allan Showalter

03Nov09

cohen All Area Pass

Ta doo doom dum !

Leonard Cohen ce l’ha fatta !

Alla fine (quasi) del Tour Mondiale in cui ha consacrato centinaia di migliaia di ascoltatori, finalmente ha incontrato l’Uomo Che Ha Capito Tutto Meno Quello Che Non Ha Capito E Non Se Ne Preoccupa, Anzi

E in questa prima parte di una serie di post destinati a passare alla storia, ma che dico, all’oblio, racconta come è andata.

Godetevela,

Ta doo doom dum !

( The Story, So Far )

un passo, un piede: la porta di sion ha molte porte, una è anche a Trieste

03Nov09

economist_logo

( Altri Post su J Street, qui )

Con la consueta tempestività e precisione, assolvendo ancora una volta alla sua mission di informare e di valutare, i “colleghi” ( lol ) de  THE ECONOMIST fanno un bilancio della prima uscita pubblica di J Street.

L’articolo pone la questione, ne tratteggia le aperture, compara.

Qui l’articolo, che riassunto ( ma non perdete l’occasione di leggerlo, anche per il suo uso moderno ma ancora classico della lingua inglese ) mostra come la nuova strada indicata dai ‘ragazzi’ americani sia da seguire con attenzione.

Le opposizioni al suo modello sono valide ed estese, ma l’aver aperto – appunto – una nuova strada per raggiungere il comune obiettivo di una Israele più sicura e libera, è di per sè valore aggiunto.

Aggiornamento: qui la posizione di J Street sulle recentissime dichiarazioni del Segretario di Stato Hillary Clinton.

E se l’AIPAC ( storica ed influente lobby ebraica americana ) anche solo ne cogliesse spunto per riflettere ed adeguare la propria visione, senza necessariamente rovesciarla, beh: sarebbe un buon via-tico.

Ed è anche interessante notare come i commenti dei lettori del settimanale, perlopiù europei, siano maturi e acuti ( tanto a favore che contro ) rispetto ad altri, americani o israeliani: la distanza è ottima consigliera, e sempre più penso che una J STREET – EUROPA sia da fare, e presto.

Un Piede nella Porta è infatti il titolo che usa The Economist, perchè se anche la meta è una sola, beh, le vie per raggiungerla sono di più.

Una, minore ma non troppo, sarà presentata a gennaio, il 27, a Trieste.

Con il titolo “La Porta di Sion”, infatti, uscirà un romanzo a fumetti di Walter Chendi.

Una storia che parte dalla attualità, in Israele, ma che si svolge poi tutta a Trieste, la città che condivide con poche altre al mondo l’appellativo di Porta di Sion.

Chi già lo sa, sa perchè. Gli altri lo scopriranno attraverso una storia di educazione sentimentale a forte sfondo socio politico. L’azione è infatti collocata nel 1938, a ridosso dalla visita di Mussolini a Trieste.

Ma non dico di più.

Qualcosa di più la trovate qui, e già che ci siete fatevi un giro nel bel Porto in Rete di Walter, scoprirete tesori in punta di china e a colori, storie e fotografie, contesse polacche e spostamenti spazio temporali…

Ma sin d’ora, se vi interessa, non prendete appuntamenti per il tardo pomeriggio del 27 gennaio. Ancora non si sa da quale molo ( il Miela ? ) partirà una Nave, a bordo della quale ci sarete anche voi.

confermato il 27 gennaio, il posto è il Museo Ebraico di Trieste, Via del Monte.

porta sion, anteprima

No se puede vivir sin amar

02Nov09

lounging

Under the Volcano racconta una storia d’amore.

Per e contro, di costruzione e distruzione, dovrei dire di auto-costruzione e auto-distruzione.

E’ uno dei libri più forti io abbia mai letto, e nel corso degli anni mi ha stordito e ricreato, sempre.

Ieri sera, poichè so cosa vuol dire Il Giorno dei Morti, ne ho preso in mano la vecchia copia di Feltrinelli che non ero riuscito a leggere per intero fino al giorno in cui, su un’altra copia cartonata, mi bevvvi ( con tre erre ) il vino il miele il fiele di Malcom Mc Lowry.

Volevo leggere, a caso, qualche pagina, sono finito a passare qualche ora con loro, i fantasmi in carne e ossa che lo popolano.

Era la sera giusta, devo dire, anche perchè un lampo pomeridiano aveva scosso il mio buon cielo sereno di questi ultimi tempi.

Lampo giusto, sia chiaro, ma doloroso.

Davvero, pensavo leggendo, le intenzioni sono nulla, e l’accoglienza tutto.

E questa mattina, quando ho messo su I Tunes ed è partita “living WELL  is the best revenge”, dei REM, ho visto apparire la faccia del Console, i suoi occhi prima del burrone.

Sorridevano.

Ero io.

Sono uscito fischiettando, e se allungate le vostre orecchie, lo sentite anche voi.

The Other Blues Song, by Leonard Cohen, Chicago Live Oct 29, 2009

30Oct09

“I feel so good now baby, that I don’t love you like I did/can’t explain it, but that’s the way it is/ it’s like they took my blindfold away from me and said, ‘let’s let this prisoner live.” (…) ”I still carry around a broken heart, but now it feels like it belongs to somebody else.”

(…)

Qui dr Heck ve ne racconta segreti e bugie.




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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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