Piccolo spazio:Pubblicità

10Apr07

fuoritesto.jpg

FuoriTesto # 5 è on line, qui: http://www.rvnet.eu/.

Il libro di cui blablo stavolta è :

Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero (Garzanti, 2007, 87 p., 11 €)

steiner-2007.jpeg

E questa è la quarta di copertina:


“Se i nostri processi di pensiero fossero meno urgenti, meno vividi, meno ipnotici (come negli accessi di masturbazione e nei sogni ad occhi aperti), le nostre costanti disillusioni, la grigia massa di nausea nascosta nel cuore dell’essere, sarebbero meno invalidanti. I crolli mentali, le evasioni patologiche nell’irrealtà, l’inerzia del malessere mentale potrebbero essere, essenzialmente, tattiche contro la disillusione, contro l’acido della speranza frustrata. Le correlazioni fallite tra il pensiero e la sua realizzazione, tra ciò che abbiamo concepito e le realtà dell’esperienza, sono tali che non potremmo vivere senza speranza – Coleridge: “ Il lavoro senza speranza spilla nettare in un setaccio, / e speranza senza oggetto non può vivere ” – né superare il lutto, la beffa che accompagna le speranze tradite. “Sperare contro ogni speranza” è un’espressione forte, ma che riconosce, in definitiva, la rovina che il pensiero getta sulla conseguenza ”

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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