JEZABEL, di Irene Nemirowsky

13Apr07

jezabel.jpg

Quando il romanzo comincia, a pagina 47, è già tutto finito. Sappiamo dove passerà i suoi prossimi anni Gladys, sappiamo che al suo collo non gorgoglieranno più le perle, né ci sarà una premurosa cameriera, né amanti, né balli. Eppure.

“JEZABEL” comincia, come ogni romanzo, a pagina uno, ma fateci caso: il capitolo non ha numero. Come fosse un ouverture da melodramma, ( dopotutto è un personaggio tragico di Racine a dare il soprannome alla protagonista, e il titolo al romanzo ), nell’aula di tribunale parigino quel che si consuma è un dettaglio, l’esito scontato di un processo con troppe prove a carico, troppe ammissioni dell’imputata, troppe circostanze aggravanti per poter finire in modo diverso. Eppure.

La vita di Gladys è quella di una donna che, una volta sperimentato il potere della sua bellezza, e la bellezza del suo potere, non accetterà più di rinunciare a gustarne il piacere, l’ebbrezza, la voluttà. Via via meno dolce e più effimero, man mano che gli anni tolgono lucentezza ad occhi e pelle, il fantasma del potere che Gladys – sin dal quel primo giovanile ballo a Londra – ha assaporato, non l’abbandonerà, vera e propria scimmia sulla spalla, fino alla sentenza, e oltre, forse.

Gli uomini, quelli che dice di rimpiangere, come Dick, il secondo marito, o tutti gli altri, sposi o amanti, le cui vite lei riesce comunque a determinare, (alla lettera, nel caso di Martin), gli uomini sono pedoni, alfieri, a volte rare torri, e mai re nel gioco che Gladys gioca e interpreta, da regina che può muoversi in ogni direzione, mossa solo dal proprio desiderio.

Le donne: paggette o damigelle. Ammiratrici, nemiche, serve. Nemmeno Marie-Thérèse, sua figlia, durerà più dello spazio di un mattino, quando la sua femminilità a lungo negata darà inequivocabili prove di sé.

La famiglia: cespuglio di rovi, scena della battaglia, rifugio nella disfatta, ma solo fino al momento della vendetta.

Il ‘Gran Mondo’ europeo e Parigi-centrico del primo novecento, con i suoi oltremodo ricchi, oltremodo ignari, oltremodo scintillanti e vani personaggi da operetta sulla scena tragica della vita, sono lo sfondo sociale di un romanzo che, ritratti femminili a parte ( qui più riusciti ) si sarebbe potuto chiamare “Tenera è la notte”, se lo avesse scritto un americano infatuato della vecchia Europa, o meglio: della sua parodia, come il povero-ricco Francis Scott Fitzgerald. Chissà, se lo avesse davvero scritto Zelda…

Anche la trama – a tratti un po’ prevedibile ( ma non è detto non sia un piacere per il lettore avveduto ) -, e il linguaggio – talvolta un po’ sopra le righe ( ma adeguato alle parole dei personaggi) – servono a Irene Nemirowsky a dare luce ai punti oscuri, a sollevare gli angoli dei pesanti tappeti e scoprirvi il non detto, la sporcizia e la polvere. Nessuna meraviglia: la scrittrice che Adelphi ha portato all’attenzione del pubblico italiano è infatti anche l’autrice del “BALLO”, fulminante racconto di crudeltà reciproche ( ma con vittoria finale dell’adolescente ); di “SUITE FRANCESE”, affresco potente di storie che si intrecciano e confondono, come si confuse la storia in Francia ai tempi di Vichy; di “DAVID GOLDER”, romanzo di scontri e debolezze, di uomini violenti e indifesi, di tradizioni e tradimenti, di parole taglienti come lame e di soldi, soldi, soldi; del proto femminista, inesorabile racconto “LA MOGLIE DI DON GIOVANNI”, stretto parente di questo “Jezabel”.

Chi avesse scoperto la Nemirowsky solo adesso, accetti il mio consiglio: legga una seconda volta tutto “Jezabel”, prima di affrontare le altre opere. Chi, invece, deve ancora cominciarlo, si legga due volte le pagine fino alla 46. In entrambi i casi, servendo da ouverture, tali letture consentiranno loro di entrare nelle pagine e fra le righe: proprio come a teatro, – prima che si levi il sipario, e l’azione cominci – la buona musica avrà già “detto tutto”, avrà già indicato al buon ascoltatore ( come al buon lettore ) i temi e le variazioni, il clima e l’aura, il tono e il registro dell’opera. Si potranno così abbandonare a quell’ “eppure!” che illumina, rovescia e alimenta di sorprese e rivelazioni ogni vita, e ogni buon romanzo. Si gusteranno dunque lo svolgimento della trama ( o le diverse storie raccontate in ogni opera ) con il palato del buongustaio che sa di che sapore è il frutto, o quanto dovrà solleticargli le papille lo champagne, prima di morderlo, prima di levare la flùte. Lo sa perché già lo conosce, sa a cosa paragonarlo, sa dunque misurarne la qualità il piacere il gusto. E, credetemi, la Nemirowsky è un grappolo d’uva regina, è un millesimato. Buone letture.

http://www.adelphi.it/novita/244/2964/2965/2975/libri.asp?isbn=8845921476

8 Responses to “JEZABEL, di Irene Nemirowsky”


  1. 1 Posted April 13th, 2007 - 4:41 pm

    martedì, dopo le 19.00, “Jezabel” e “Ravel” (Jean Echenoz) a FUORITESTO ( ma anche IL FUTURO DEL LIBRO, SIMPLICISSIMUS e altre libridini )

    http://www.rvnet.eu/fuoritesto

  2. 2 Posted April 15th, 2007 - 1:32 pm

    quante letture per questo libro, che a me ha irritato, proprio dopo pagina 47 , mentre un altro lettore, ha trovato le prime 47 pagine insopportabili.
    Devo rileggerlo tra qualche settimana!
    In ogni caso fa discutere.
    buona domenica
    cris

  3. 3 Posted April 16th, 2007 - 8:22 am

    numerologia a parte, Jezabel è fatto quasi apposta per dividere: è “troppo semplice”, o “troppo sofisticato”, a seconda delle aspettative, delle capacità crtitiche e del grado di snobismo del lettore. A me piace soprattutto l’abilità dell’autrice nel montaggio, certe sfumature “popolari”. Ma certo non vale “Suite Francese”, o i racconti. Grazie cris, buone giornate a lei.

  4. 4 Posted April 21st, 2007 - 8:39 am

    La recensione di oggi, su tuttolibri, sembra copiata da avànvera.

    Ci vuole poco, l’idea di base di JEZABEL è talmente chiara che basta leggere il libro.

    Dunque non credo la Bosco abbia copiato

    Eppure.

    Solidarietà vo cercando.

    Ehi: partecipa a buke-box!:

    http://baotzebao.wordpress.com/2007/04/21/buke-box-prova/

  5. 5 Posted May 9th, 2007 - 7:46 am

    il mito di Faust, fino al dorian gray., al trinfo del botulino nella faccia ,per donne e uomini, grande, superba Nemirovsky, a trent’anni aveva capito tutto della modernità, oggi è solo apparenza e nessuno se avesse ucciso il “pittore” del ritratto, il rivelator della faccia della morte, nessuno , di sua volontà accetterebbe la prigione, la condanna e soprattutto, la rivelazione.magnifico libro, fondamentale.

    Jezabel Superstar qui : http://baotzebao.wordpress.com/2007/05/09/jezabel-superstar/
    (nota di Baotzebao )

  6. 6 Posted May 9th, 2007 - 8:11 am

    Sì, Camilla,

    Lei ha ben letto I.N.

    E’ un piacere constatare quanto (talvolta) più “semplici” e tanto più rivelatrici siano le letture di un testo.

    Mi piace amichevolmente sfidarLa, dunque: quale personaggio femminile contemporaneo (fiction and non fiction) interpreta al suo estremo e meglio il personaggio faustiano, wildiano, e dunqua anche nemirowskiano cui Lei allude?

    Quale la pop star, o l’attrice, o la giornalista, o… quella Sua amica – a noi ignota (ma perfetta per il Ruolo) – che l’incarna? Quale la scrittrice che potrebbe narrarla? La Regista, la poetessa, la pittrice….

    Valgono anche nomi di uomini…

    E la sfida è aperta a chiunque.

    Grazie per il passaggio

    Baotzebao

Who's linking?

  1. 1 Pingback on May 9th, 2007
    "[...] un suo commento preciso a JEZABEL, di Irene Nemirowsky, il post più letto (oltre 200) ( http://baotzebao.wordpress.com/2007/04/13/jezabel-di-irene-nemirowsky/ ) , ..."
  2. 2 ma la Senna non gela… “Come le mosche d’autunno”, di Irène Némirowsky at a vànvera Pingback on Jan 21st, 2008
    "[...] francese la conosciamo già: dalla perfida e crudele storia de “Il Ballo” al recente “Jezabel”, ogni prova è stata ..."

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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