Supernatural Superserious InnovAction

16Feb08

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Non è un post sulla canzone dei R.E.M. (clikkateci su per ascoltarla, una volta che siete al Quartier Generale)
Ma il titolo, e il con-testo ( nel duplice suo significato, con e senza trattino ) sono opportuni a una qualche con-siderazione su Innovaction 08.

Ieri, nella buia saletta del soppalco, al padiglione 9 della Fiera di Udine, per motivare un’idea che desideravo condividere, ho detto che l’operazione di marketing dei R.E.M. sulla Rete mi sembrava un ottimo esempio di Innovazione. Gli annunci sul sito ufficiale, la progressiva ( e non ancora finita ) comunicazione in progress di ninetynights, il lancio (infine?) di un sito “title-track” erano, a mio parere, un esempio di grandi mezzi – economici e creativi – nei quali cultura e mercato trovavano sintesi.

Due persone, il cui curriculum e le cui capacità espressive consentono autorevolezza, Giorgio Jannis e Carlo Infante, hanno dissentito.

L’esempio REM on web è, secondo loro, obsoleto.

Non so, davvero non so se abbiano ragione loro. Riascolterò le loro argomentate opinioni quando ( fra poche ore ) il video dell’incontro sarà on line, su RVNET. Fra parentesi ringrazio ALIAS FVGTS RVNET per la diretta, per le notizie e la produzione, Antonio per le riprese, Ciccio per il service, Thomas-Ado-Moreno-Benny per la compiacenza.

Vi invito, invito chi ne avesse il tempo-la voglia-la follia, a stabilire le loro ragioni.

Per quanto sia un disinvolto utilizzatore della parola immediata, della “diretta” in tivù e/o nella vita, ho fiducia e stima della ‘seconda lettura’: credo di poter dire qualcosa di sensato solo dopo aver ri-letto, ri-visto, ri-ascoltato. E se sembrasse contraddittorio me ne scuso, ma a me non pare: nulla è più sincero, necessario ed appropriato di una reazione immediata al Presente, e niente è meno onesto di una seconda ( o terza, o quarta… ) ri-lettura quando l’obiettivo non è più l’emozione identificativa, ma la misura, il ragionamento, la cultura, la con-siderazione.

Al momento, cioè adesso, dopo un brunch sabatino di salumi e Amarone, quel che voglio condividere è la seguente osservazione: i Pochi che sanno Tutto hanno ragione nel merito, forse, ma hanno, sicuramente, torto nel contesto.

A Innovaction 08 mi è apparso evidente lo scarto fra le minoranze e tutti noi altri.

Non sto a dire, lo ripeto, che abbiano torto. E ripeto anche che, se seguissi il piacere della visionarietà che pure mi tenta spesso, sarei con loro, sarei forse il più visionario di tutti.

MA.

Ma in questo Paese, in questo mondo.

Ma in questo momento.

Mi chiedo, e chiedo a loro, se il compito di chi ha i mezzi per leggere ed interpretare il Presente non sia più quello di allargare la com-prensione ( e la con-sapevolezza, e infine il con-senso ) per una convivenza possibile che quello di indicare una perfezione ideale, elitaria, autistica.

Semplificando (?):

Armin Linke NON spiega. Armin Linke mostra.

Armin Linke è il fotografo-artista la cui performance è stata messa in scena ieri fra le 17 e le 18, sempre al padiglione nove della Fiera di Udine, quello di InnovAction Culture, il solo spazio nel quale ( scusate la presunzione ) l’INNOVAZIONE era davvero presente, su tutti i 21mila metriquadrati di esposizione.

Dal bianco al bianco, sullo schermo sono passate le sue foto. In aria la quadrifonia ( Ciccio sa come si dà suono agli ambienti ) diffondeva la sua musica. Due collaboratori accovacciati davanti alle consolle, davanti allo schermo. L’artista-regista-compositore pilotava dall’alto, non so come.

Quel che so è che la MIA Attenzione ha incontrato la SUA.

Insieme, nei rispettivi ruoli, abbiamo FATTO l’evento.

Non mi ha spiegato, mi ha mostrato.

Non ho CAPITO, ho intercettato.

E la parola INNOVAZIONE è stata lì, ERA lì, ed è ADESSO qui, solo a richiamare nella mente la (nostra) performance.

Era Visione, non Lezione.

Allora: Carlo Infante e Giorgio Iannis, che avete le idee chiare, e la passione, e la capacità espressiva, siate Artisti, per favore, e mostratemi la vostra Visione.

Oppure spiegatemi, ci spieghino, con parole e gesti e toni che un volenteroso ma impreparato come me possa capire, quale la realtà, la realizzabilità della loro Lezione.

Perché se no, e qui il titolo e il testo della canzone dei REM torna utile, il loro super-serio, super-naturale, super-delirante linguaggio è quello di un adolescente al suo primo campeggio, è un gioco di super-io, onesto ma ingannevole. Ed è umiliante, e solo di poco diverso a quello del Potere cui dicono di opporsi. Anzi, FA il suo gioco, quello di chi esclude, di chi manipola e delude.

Non è il Meglio in gioco, qui e adesso.
E non è tempo di adorabili sofismi, questo.
Non di Profeti abbiamo necessità, ma di Interpreti.

E’ il tempo della condivisione, ed è l’ultimo appello, temo.

Che le meglio teste in campo se ne rendano conto è necessario, urgente, decisivo.

post scriptum: grazie ai convenuti, a chi ha parlato e chi no, aspetto le vostre considerazioni.

7 Responses to “Supernatural Superserious InnovAction”


  1. 1 morbìn Posted February 17th, 2008 - 1:32 am

    hai ragione, ma anche tu non aiuti.

  2. 2 baotzebao Posted February 17th, 2008 - 11:32 am

    Vero. Non SO aiutare. Anche se vorrei saperlo fare. E i mezzi che ho ( studi perlopiù autodidattici, irregolari, eclettici e comunque confusi ) le esperienze di lavoro ( per lo più solitarie e frammentate ), la formazione che ho avuto ( umanistico – cino – ebraica ) non aiutano neppure loro.
    Purtuttavia ( ehilà! – ho scritto “purtuttavia” un’ALTRA volta!!!) sono qua che mi ci provo. E tutto – spero e credo – si potrà dire tranne che ho le idee chiare, no?
    Fra parentesi, ma in pubblico: grazie per la vostra presenza udinese, o Enrichi. ( e come i iera i panzerVJ ? ) Infine: una soffiata per Bora.La , uno SCUP triste: Zampega HA ANCORA aumentato il costo per pallina. SIamo arrivati a 1 euro e 20! Non si può più rimandare lo sciopero! Hasta la victoria. Vado a leccare i cucchiai.

  3. 3 Giorgio Jannis Posted February 17th, 2008 - 12:56 pm

    Ciao Valerio.
    Intanto lasciami dire, e lo sai bene, che non si può dire a qualcuno “siate artisti”, perché assomiglia al famoso “sii spontaneo” e qui di doppi legami batesoniani, irrisolvibili e autocontradditorii, ne abbiamo già abbastanza.
    Tutta Innovaction è un double-bind (vd. http://it.wikipedia.org/wiki/Doppio_legame) e almeno per quanto riguarda il territorio qui siamo tutti schizofrenici; perché se sul piano espressivo è tutto un riempirsi la bocca di parolone sulla creatività e innovazione, poi la postura corporea delle aziende, delle pubblicheamministrazioni, dei decisori pubblici comunica piuttosto chiusura e mentestretta, paura del cambiamento, vecchiume.

    Come vecchiume è sentire certe persone parlare di innovazione culturale, e non aver compreso che il linguaggio che stanno utilizzando per raccontarla è proprio quel linguaggio pre-rete che proprio “tecnicamente” non può permettersi di veicolare certi tipi di contenuti.

    Il tuo esempio dei REM: converrai con me che immaginarsi, ovvero il pensare di poter realizzare un’opera (audiovideo in questo caso, anche solo audio in illustri esempi più datati – Robert Miles e Beck, mi vengono in mente, ma anche Future Sound Of London) in maniera collaborativa, permettendo a tutti di costruire il proprio remix e rimetterlo in circolo, è idea vecchia.
    Ovvero, poteva essere pensata negli anni ‘60: bastava vedere le bobine su quattropiste di Sgt.Pepper e subito a qualcuno sarebbe potuta venir l’idea “che bello se potessimo distribuire liberamente queste tracce, e far sì che le persone con i loro quattropiste a casa potessero remixare tutto e spedircelo qui ad AbbeyRoad”.
    E se poteva essere pensata dai Beatles, avrebbe potuto essere pensata da ManRay, per le immagini, da qualche scrittore di romanzi d’appendice nell’800, da D’Alembert mentre pensava la natura collaborativa dell’Enciclopedia, e parlando live io ho detto nel ‘600, che forse è il secolo che ha preso consapevolezza esplicita (Infante parlava di un Barocco che diventa Rococò che diventa Manierismo, per descrivere la fuga dei significanti tipica di quell’epoca) della natura rappresentazionale delle immagini e dei mondi delle idee, cioè che è riuscita a separare, vedere e metacomprendere la stessa propria attività di produzione simbolica.

    Mi viene in mente il secondo libro di Don Chisciotte, dove Cervantes fa incontrare ai suoi protagonisti un tale che ha letto il primo libro. Qual scintilla, tra realtà e finzione, nevvero?

    Ti faccio un altro esempio, di cui parlai altrove; immaginiamo un tipo del 1490, a Venezia mentre stampa libri da Manuzio: l’invenzione della stampa, pochi anni prima, gli ha sicuramente ben slargato il cranio, permettendogli di immaginare le modificazioni imminenti che avrebbe assunto l’intera industria editoriale (quindi l’intera Cultura umana, vista come processo del farsi senso dentro cui la specie umana si rispecchia), e forse quel tipo avrebbe potuto ora pensare alle collane editoriali, ai curatori, alla distribuzione dell’oggetto-libro, forse (benché si tratti di un oggetto culturale “inventato” ed economicamente fondato verso l’inizio del ‘700) avrebbe addirittura potuto pensare ai giornali quotidiani, e si sarebbe sentito terribilmente futurologo nel raccontare agli altri che forse un domani ci sarebbero stati nelle edicole (destinate a non contenere più, almeno in italiano, solamente immagini di santi.. e quindi necessaria anche l’innovazione linguistica) centinaia di fogli di carta quotidianamente stampati, in tutto il mondo, in tutte le lingue del mondo.
    Si tratta di idee che vivono in una Zona di Prossimità http://it.wikipedia.org/wiki/Zona_di_sviluppo_prossimale, sono idee che stanno dietro l’angolo (chi sei quando la tua mano cerca brancolando l’interruttore della luce in una stanza buia e sconosciuta?), ma per essere colte devono essere descritte, pensate con nuovi linguaggi.
    Le persone che han parlato durante gli interventi hanno guadagnato rispettabilità sociale (nei settori dell’arte o delle scienze) perché al momento giusto han dimostrato di comprendere un nuovo linguaggio, e han saputo parlare il nuovo linguaggio (necessario frutto/veicolo/causa dei cambiamenti sociali di fine anni’70) organizzando parole d’arte o di scienza, e pronunciandole in un contesto enunciativo territoriale specifico, qui in friuli, portando innovazione culturale, ovvero modificazione pragmatica dei comportamenti umani, come conseguenza di una nuova visione del mondo suscitata da nuove parole pronunciabili. Quelle persone sanno cogliere il nuovo di oggi, sanno essere altoparlante delle nuove posture intellettuali imprescindibili per la comprensione della modernità? Dietro le loro parole, nella scelta stessa delle parole che utilizzano, mi vien da pensare di no.
    Le stesse strutture economico-sociali con cui pensano sé stessi e il proprio fare nel mondo mal s’attagliano ai processi fluidi di attribuzione di significati che la rete come concetto e come pratica mostra oggi.

    Credo tu abbia capito: se è pensabile, è linguaggio vecchio. “Se funziona, è obsoleto”, come ho detto microfonato. Foss’anche youtube o wikipedia, che funzionano meravigliosamente.
    Il problema dell’innovazione culturale oggi è fare uno sforzo per bagnarsi dentro nuovi linguaggi (geotagging, folksonomies, instant-blogging, copyleft, citizenjournalism, aggiungi tu) dove stanno nascendo parole ovvero mondi nuovi della pensabilità della cultura umana e della socialità, e poi osare.
    Forse non tanto osare iper-progettando contenuti, ho detto, ma piuttosto progettando contenitori, dove auspicabilmente (con metafora da nicchia ecologica) lasciare che emergano fenomeni culturali bottom-up, come aggregazioni superficiali di senso dei sistemi complessi della produzione culturale, dello scibile passato e futuro degli Umana. Come le foglie portate dal vento in un cortile, che però sanno sempre bene dove radunarsi.
    Quindi ho detto: serendipità, bricolage, testo&contesto, abitanza biodigitale, etnopaesaggi e paesaggi mediatici (etnoscapes e mediascapes); queste sono le mie indicazioni personali sulle forme del fare odierno, che credo di poter condividere pubblicamente. Agli artisti e ai professionisti il compito necessario di riempire di nuovi contenuti i nuovi linguaggi, a me indicare le nuove grammatiche di questi linguaggi, morfologiasemanticasintassi, i verbi dell’azione narrativa, il significato antropologico delle storie che sento e vedo in giro.

    E la distinzione tra testo e contesto, se permetti, l’ho nominata proprio io, durante il dibattito: sono ben consapevole della distinzione tra significato e senso, della disambiguazione semantica operata dalla circostanza di enunciazione. Per questo dico che il contesto della pensabilità è da rivedere radicalmente, altrimenti anche parole nuove non potranno essere interpretate come tali, perché ricadranno sempre dentro di schemi interpretativi (frames, all’inglese) che a priori ne guideranno la lettura, impedendo di fatto di cogliere la reale portata innovativa veicolata dalle nuove parole.

    Con un’altra citazione letteraria (credo apprezzerai) mi viene in mente Oscar Wilde, dove dice che l’artista, piuttosto che un’opera d’arte, deve creare il gusto in base al quale la sua opera sarà giudicata (cit. a mem.): mi sembra proprio un’ottima indicazione su cosa significhi lavorare sul contesto, per garantire a molti la comprensibilità delle nuove parole emesse dagli artisti, da qualunque musa essi siano ispirati.

    E questa è cosa che io e Carlo Infante (il web stesso te lo può confermare, indagando i nostri nomi ed il nostro fare) stiamo facendo da decine di anni (e parlo solo per me), con attività di formazione e di progettazione sociale e di critica (saper discernere, dopo un dio-in-me e leggere-le-stelle) culturale: diffondere dizionarii e grammatiche, punti di vista, per una miglior comprensione di quel gigantesco Testo che è il Fare delle collettività umane. Non si tratta di migliore o peggiore, di adolescenti, il super-io non c’entra, non è un gioco a esclusione. Però posso essere educatore con dei ragazzini di undici anni, se intervengo ad un convegno dove si parla di innovazione dò per scontato (e magari son preda di un frame cognitivo, lo so) che chi interviene sappia vivere nella Modernità, e non mi esponga dei punti di vista maturati quando ancora non esistevano né cellulari né il web. Tutto qui.

    Se vi sto dicendo che avete le orecchie sporche, e mi rispondete “sono le quattro e un quarto”, mi viene tanto da pensare come Sasaki Fujika sul problema della selezione naturale http://www.sasakifujika.net/2008/02/selezione-naturale-1.php

    Alla prossima.

  4. 4 baotzebao Posted February 17th, 2008 - 1:10 pm

    A botta ( e orecchie ) calde.

    Nescio ergo sum dovrebbe dunque essere il mio motto?

    Cioè dovrei contentarmi di non capire, perchè ciò che non capisco E’ mentre io NO?

    Insomma nè io, ne noi capiremo ?

    DEVO aver CAPITO male.

    Ri-leggerò con più freschezza e calma.

    E grazie per la sintesi del tuo pensiero. Questo “vànverato” blog si onora di esser stato catalizzatore di un tal sforzo.

    Forza Sancio, Abbasso DonChisciotte!!

  5. 5 baotzebao Posted February 17th, 2008 - 1:21 pm

    Ho riletto. Si tiene. Insomma: funzia.

    E stamperò. Perchè quando ho voglia di restare su una cosa più a lungo e meglio di quanto lo schermo e la velocità possano, allora sento voglia di carta. Credo che questa tua riposta, quasi riga per riga, occuperà la mia involontaria ma ferma sete di conoscenza e bellezza. Ti ringrazio, MOLTO.

  6. 6 Giorgio Jannis Posted February 17th, 2008 - 2:30 pm

    Grazie a te, e viva i blog :)

  7. 7 carlo infante Posted February 17th, 2008 - 10:32 pm

    Valerio, preziosa l’eco dell’incontro di ieri su questo tuo blog.
    E’ un modo x capire cosa sia Innovazione: mettere in relazione le nostre proiezioni di volontà con delle azioni esemplari, tese cioè a sviluppare il senso delle trasformazioni in atto.

    Le tecnologie ( da sempre) rappresentano l’estensione del nostro agire e per quanto riguarda quelle digitali e del web in particolare, rappresentano la possibilità di agire nel nuovo contesto della Società dell’Informazione.
    La chiamano così: è il nuovo assetto sociale che può compiersi solo se la creatività umana interpreta quelle tecnologie innovative coniugandole con la nostra coscienza culturale.
    Ecco si, parliamo di cultura, proprio per rilanciare il tema che avevi posto nell’incontro e su cui ho sono intervenuto con veemenza.
    La cultura ha valore se è connessa al comportamento umano, sia per quanto riguarda la conservazione delle tradizioni che per ciò che concerne le trasformazioni.
    L’innovazione è su questo ultimo aspetto che diventa un fattore-chiave.

    E’ il mio lavoro da anni (decenni), E il punto non è nel dichiararsi o meno artisti. Ma fare.
    Dai (mi rivolgo a tutti)un’occhiata al mio blog http://www.performingmedia.org/ trovi molti link a tante cose che ho fatto, in prima persona.
    Non sono un teorico astratto.
    Grazie ancora dell’opportunità di confronto.

    Linko qui anche alcuni interventi che ho fatto sia sul Sole24ore che su Liberazione. In cui tratto tra l’altro di alcune che sto facendo.
    http://www.performingmedia.org/su-nova_sole24ore/#comment-6006

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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