(UPDATE- 1.03.08) : Neil Young con i CRAZY HORSE a luglio in Belgio.
(UPDATE- 27.2.08) : non ho trovato belle foto del concerto di MILANO, ma qualcuna di quello di Berlino, ieri sera, in Rete c’è.
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No, non ti sei perso niente.
“Like a hurricane” non l’ha fatta. E come bis solo “Cinnamon Girl”.
Niente “Rockin’ the Free World”, niente “Winterlong”, come a Vienna e Amsterdam…
No, caro amico che non c’eri (per il classico motivo del cazzo) , non ne valeva poi la pena.
Pubblico tiepido, acustica scadente, niente voce e scarso impegno. Insomma: una palla.
Ma…
Sì, lo ammetto, l’attesa era palpabile già nella nebbiolina fuori al Teatro degli Arcimboldi…
(continua)
…: a guardarsi in giro – rapidi, eh, perchè quando siamo dentro siamo dentro… – facce barbe e giacche da leva del ‘50qualcosa. ( Ho anche scorto qualche cravatta, poi, e di quelle giuste… ) .
Un salto in biglietteria, per vendere i due biglietti che tu e LediDi non avete potuto usare, e bum, ti becca il manifesto: “An evening with Van Morrison “. Ecco. Ci mancava questo per ricordare la vostra assenza, per riportarci alla sera del Conservatorio, qualche anno fa, quando “the man” cominciò – un minuto prima delle annunciate ottoemezza – un impeccabile, emozionante, elegantissimo concerto di fine carriera. Bah.
Dicono che le tristezze di uno sono talvolta le gioie di un altro. Bene: i due ragazzi – lei piccolina e aggraziata, lui bello grosso e faccia buona – che hanno comprato i tuoi biglietti ( oh, senza diritto di prevendita, eh ) avevano una faccia ( no: due facce ) che dicevano GRAZIE. Noi, la Marmotta Viola e questo tuo vecchio amico bassotto, abbiamo goduto della loro gratitudine e dovremo dunque ringraziare te, qui, per avercela involontariamente procurata.
E poi siamo dentro.
E’ un Teatro vero, questo qui detto degli Arcimboldi. Ci fanno le opere e i balletti, anche adesso che LA SCALA l’hanno restaurata.
Legno buono, illuminazione firmata, marmi e bar nel foyer.
( Sta cosa qui deve forse aver intimorito, o disturbato qualcuno: in Rete hanno fatto notare che il pubblico ne avrebbe risentito, e sarebbe stato “freddo” perchè non si è comportato come avrebbe dovuto, con stomping feets e cori da palasport. Io dico che prendere per “caldo” solo un pubblico che smania è un errore di prospettiva. Le emozioni e l’entusiasmo hanno (anche) vie sottili di espressione, che anzi, talvolta, sono le più vere e durature… )
Prezzi da boutique al merchandising, in linea con quelli dei posti a sedere.
E tutto esaurito anche per magliette, felpe, cappellini e album fotografici.
Sì, qualcosa lo hai già visto. E c’è un piccolo regalo anche per voi. Passerò a dartelo solo DOPO aver finito di scrivere questa Cronaca Privata in Pubblico. E ho la sensazione che non sarà cosa breve.
Ma non potrei vederti, prima.
Vedi, vedete voi che siete amici miei anche se non vi conosco, o vi conosco poco: dice un tale che conosciamo che ” non c’è nessuno come un amico per dirti che stai pisciando controvento “. E, alla fine di uno dei libri più radicali e nitidi che ho letto di recente – una combinazione di ragionamento e passione come poche – , quando la formidabile conversazione che ha tenuto fissi i due amici volge per ragioni inesorabili al termine, uno dei due offre all’altro di prolungarla. L’altro si schernisce, ma si capisce che è confortato e lusingato. Resiste un po’, l’altro insiste dolcemente. E allora l’amico riluttante gli dice
” Grazie, ma veramente… “
” Le dico che non la mollo… - conclude l’altro, suggellendo così il libro tutto – Un uomo solo è sempre in cattiva compagnia “.
Il che ci riporterebbe facilmente, già qui, ai “loners”, ai “lonesomes we” , a quelli che non vedono che “sono solo castelli che bruciano”…
Ma non è ancora quel tempo. Mancano ancora 35 minuti alle ottemezza. Non ho neanche sbirciato la hall. Me la tiro un poco, bevo e cerco di non guardarmi in giro…
(Ricontinua)
… Poltroncine di velluto rosso, comode. E ci mancherebbe. Ma sul retro di tutte, un piccolo visore, suppongo a LED, per leggere i sottotitoli ( o non si dovrebbe invece dire “i sopratitoli” ? – Questione minimale ma non troppo. Che io comunque li detesto. Al cinema o all’opera preferisco NON leggere. Se lo schermo o il palcoscenico NON mi comunicano abbastanza, cosa mai potranno aggiungere quelle parole scritte in rosso, veloci, che mi distraggono ? No, non temete un’altra digressione fra doppie parentesi, non qui, almeno…) .
Il palcoscenico è popolato dai “ragazzi” della crew. Un indiano di legno a destra, una pianola a sinistra. Un cavalletto proprio in primo piano, vuoto al momento.
Gli strumenti sonnecchiano: sarà una lunga notte, meglio prendersi l’ultima nanna.
Sullo sfondo lettere da LUNA PARK, da DRIVE IN, da NEIL’s GARAGE.
E un pittore che ci da dentro di brutto, quadreggia come un diesel.
Le tele di tutto il Chrome Dreams Tour saranno vendute, beneficenza per la Benefit Bridge School.
Mr Young fa di queste cose, e anche tante, e mica le dice tutte…
Piano piano, ma non tanto, la sala si riempie. Una voce calda, accento USA, suggerisce di non usare – ‘per espresso desiderio di Neil‘ – telefonini, fotocamere, et cetera. In molti non seguiranno il consiglio, soprattutto alla fine, machediamine!, come si fa a non portarsi a casa un souvenir, magari da condividere su Flickr o YOUtube! OKEEI, qualità pessima, ma vuoi mettere quell’ “IO c’ero” ?
Poi una vocina italiana traduce. Si dimentica di dire in italiano l’avviso conclusivo: “We’ll begin shortly”.
SHORTLY ?
Subito dopo le ultime parole della vocina le luci in sala vanno giu.
Silenzio. Nervoso ma non troppo. Arriva Peggy. Peggy CHI?
Peggy YOUNG.
Ora, diciamocelo: SE Peggy di cognome non facesse Young…
Ma lo stesso, sarà per le onde di gratitudine transitiva che dalla sala salgono verso il palcoscenico. Sarà per la band, dove si riconoscono già due compagni del Famoso Marito. Sarà perchè PY è bionda, graziosa, consapevole.
Il suo set scivola via fra applausi via via crescenti. E’ un onesto, gradevole country. Niente di Indimenticabile, forse, ma nemmeno poi così male. Gli applausi crescono di intensità dopo “the last tune”.
Luci in sala.
Voce Americana : “We’ll have a fifteen minutes break”.
Sospiro generale, fra delusione e anticipazione: altro che domenica 24 febbraio, ADESSO è il Sabato del Villaggio, qui agli Arcimboldi…
E chi molla il posto? Noi no. Dopotutto sono solo quindici minuti, e la puntualità è il privilegio dei Re.
Passano in fretta. Sul palco si crea un centro la cui circonferenza sono chitarre.
I puntatori di supertrooper salgono le scale mobili. Sono in posizione di tiro.
Luci giù. Fischi di benvenuto.
Sul cavalletto, dove un quadro psichedelichimpressionistico rosa aveva retto la scena per Peggy – con una grande P gialla – ora compare una N.
Da sotto il quadro, chiaro vestito ( lino grezzo ?) , camicia bianca e scarpe da montanaro tecnologico, appare Lui…
(continua ANCòRA un poco…)
(… )
E da qui in poi cosa potrà mai dirvi lo scribacchino emotivo?
La scaletta è stata questa.
Su ogni canzone, vorrei dire su ogni strofa, ogni nota potrei provare a spremermi, e inonderei di parole questo posto privato ma esibizionistico.
Le mie preferite acustiche della prima parte, con una “Ambulance blues” da brivido, e certi passaggi in “A Man Needs A Maid”…
Quasi tutte le mie preferite nel set elettrico. Primo premio per “Hidden Path” fra le nuove, e “Mr Soul” , “Powderfinger” e “Hey Hey…” e….
Ma tutte. Tutte quelle che ha, e tutte quelle che NON ha suonato. Per me erano TUTTE lì.
Il punto è un altro.
Il fatto è che, io…
Io ho sempre sovra-interpretato.
Da piccolo, ma piccolo per davvero – grazie ad un impasto di inglese per bambini di NonnaNellinistica memoria, e a causa di una certa qual predisposizione ( forzata ? ) all’immaginazione – spesso prendevo le famose lucciole per lanterne. Mi facevo da me le traduzioni dei dischi che la radio suonava ( luxembourg 208, caroline, bbc2, montecarlo, perVoigiovani, popoff…. ) e mi raccontavo storie che spesso gli autori di quelle canzoni NON raccontavano. Che imbarazzo, e che vergogna quando, parecchi anni più tardi, scoprivo le mie mal-interpretazioni! Raramente, ma mi capita ancòra, sapete?
Eppure, che belle quelle storie, che divertimento era ( ed è, sometimes) variare, dare un altro senso, CAMBIARE i finali…
E il signor Neil Young è stato l’inconsapevole, amatissimo complice di questo mio gioco pericoloso.
Così come faccio a dirvi cosa vuol dire per me ascoltare robe tipo “…sad movies make you cry” , o ” it’s such a fine line” ( fra parentesi: avete notato che ADESSO il tenero grande Neil, quando intona “Hearth of Gold” canta invece ” it’s STILL a fine line”… )
E, lo avete capito, potrei continuare, eh sì, e molto a lungo, pure.
La faccenda ha a che fare con me che leggo, che ascolto, che scrivo e dico.
Altrove, ma un poco anche qui su a vànvera, sto raccontando(mi) storie.
Del resto la mania è diffusa. In rete troverete analisi testuali da Accademia. E aneddoti diretti e indiretti da diventare matti.
Ma se la mia interpretazione di me stesso, nella parte di uno chiamato Valerio, è scadente, la responsabilità è solo mia.
Come mia è la simpatia, la gratitudine, l’amore per chi me e/o se la racconta: del resto è difficile – non è vero, mr. Young ? – dire il senso della Canzone.
E se mi espongo così liberamente, e così inopportunamente – forse – è perchè non mi vergogno più di cambiare – a nude parole – la realtà.
SO che lo faccio, questa è la differenza.
Da quando il mio nome di mezzo è apparentemente cambiato, e ho smesso di camminare senza paure, le cose vanno meglio, quasi sempre.
Fine della parte impudica e autoconsolatoria. Si chiede scusa a chi ne fosse restato irritato, o peggio. Si dispensa dalle visite di cortesia.
Il concerto, insomma…:
Altri ne ho visti, anche migliori. Non tanti quanti alcuni miei famosi amici, veri rockers da diporto, gente molto più competente di me, neanche a parlarne!
Eppoi io non so cantare, nè suonare. Quando ci provai, alla batteria, gli altri del Gruppo fecero una colletta per farmi smettere…
Ma ho giracchiato un po’ anche io, e di migliori sì, ma non di più emotivamente pervasivi, ne ho ascoltati.
Gli stessi altri di Younghiana memoria ( da Londra, Wembley Old Stadium, 1974: Joni Mitchell – the Band – Crosby Stills Nash AND Young, a Santa Cruz, California, 1988, United Farmer’s Worker Benefit Concert ) erano stati meravigliosi, MA meno emozionanti di questo.
Sarà che io ne faccio 54 fra un po’, e lui 64.
Sarà che io alla fine, a mezzanotte e un quarto, ero sicuramente più stanco di lui, che aveva appena finito 90 minuti alla chitarra elettrica, danzando come un un Capo indiano, un Uomo della Medicina in trance.
Sarà quel che è, ma a questo punto, per chi ci fosse arrivato, alzo bandiera bianca.
Confesso.
Amico mio che non c’eri, il concerto è stato fantastico. FAN-TAS-TI-CO.
Neil Young in gran voce, pubblico emozionato e partecipe, acustica quasi perfetta, una band di amici in forma, nonostante gli anni…
UNA GIOIA, insomma.
E’ che sono io che NON so parlarne come si dovrebbe. E in giro, come per esempio qui, si leggono cose più giuste, più sane.
Così adesso – finalmente – la finisco qui, e finalmente vengo a trovarti, così ti dico tutto il resto, tutto quello che c’è anche qui, ma resta fra le righe, e ci vorrebbe uno matto come me a interpretarle…





Questo commento è di Luciano Comida, ma lo metto su io perchè…l’informatica è una roba strana….
Innanzitutto una premessa: per Neil Young stravedo e, come musicista, lo amo più di Mozart e di Coltrane.
In più di trentacinque anni, con la sua musica ho scritto e pianto, meditato e litigato, riso e flirtato, sognato e studiato, accumulato energia e sbollite rabbie, scopato e fatto l’amore (ovviamente non è la stessa cosa, così come MY MY HEY HEY non è HEY HEY MY MY).
Avrei difficoltà a pensare alla mia vita senza Stanlio e Ollio, senza la Gibson di Neil Young, senza i Peanuts, senza Philip Dick, senza Alberto Sordi che alla fine di TUTTI A CASA prende la mitragliatrice per sparare contro i nazisti, senza lo spogliarello della Loren in IERI OGGI DOMANI, senza Maigret, senza la maglia granata del Toro: se io sono quello che sono lo devo anche a loro.
E allora, com’era il concerto?
Intanto, per la prima volta, mia moglie Tatjana vedeva Young dal vivo. E già questo fatto falsava la mia normale percezione. Poi era il primo concerto dopo l’aneurisma che nel 2005 aveva colto Neil.
E allora forse può essere interessante ascoltare proprio mia moglie, che non è una rockettara. Primo dato: le ha fatto molta impressione la trasformazione, anche fisica, di Young tra il set acustico (”molto vecchietto, passava da un sedia all’altra, con movimenti lenti e cauti come per non rompersi tutto”) e il set elettrico (”cos’è? Una botta d’adrenalina?”). Poi nemmeno a lei è piaciuta la band. Non è una conoscitrice, ma coglieva un suono non convincente. E a me mancavano terribilmente i Crazy Horse: i tre alle spalle di Neil erano nello stesso tempo fermi e pesantissimi, un sound massiccio che oscurava la voce, una ritmica elefantiaca (Molina è un batterista modesto che dà il meglio di se solo in coppia con Talbot, Rosas al basso era lento e greve), Keith alla chitarra ritmica mi pareva del tutto incapace di duettare con Young. Il risultato: quando i pezzi erano corali (MY MY, MR SOUL) nè carne nè pesce, mentre le cose si trasformavano quando il gruppo si ritirava in disparte e Neil se ne andava per conto suo con lunghissimi assoli alla Gibson, quelle sue cose a metà fra Hendrix e Coltrane, selvaggia poesia elettrica che forse sarebbe piaciuta a Walt Whitman. Hidden Path e Down by the river.
Comunque, Neil Young è vivo e vegeto.
E nella parte acustica almeno Ambulance blues era straordinaria.
Ecco, in questo commento di Luciano e Tatiana c’è quel che intendevo quando scrivevo di gente davvero onesta, buona e competente.
Grazie di cuore.
Un bel post, qui
– e CON foto!
http://thewallofsound.wordpress.com/2008/02/26/neil-young-live-at-teatro-arcimboldi-milano-24022008/