Comportarsi Bene ( un MANIFESTO ) (di Francesco Morace )

01May08

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PreSentimento 137. La rivincita del comportamento

Data del presentimento: 1 maggio 2008

Nel momento della sconfitta macro, politico-istituzionale, bisogna dimostrare di saper vincere nella dimensione micro, cioè in quella quotidiana dei comportamenti. Nel momento della vittoria finale di Berlusconi bisogna saper dimostrare la sconfitta definitiva del berlusconismo nella sua dimensione antropologica: la fine dell’arroganza ignorante, del maschilismo strisciante, del furbismo cialtrone, del barzellettismo volgare. L’argine a questi comportamenti può essere quotidianamente rafforzato da ognuno di noi, in qualsiasi momento, da persone per bene che evitino il perbenismo ma anche la compiacenza rassegnata. Non avendo più la faticosa responsabilità del governo, possiamo e dobbiamo tenere alta la guardia su quegli elementi micro-sociali e di cultura diffusa che sono poi quelli che vanno ad incidere nel corpo sociale italiano, per evitare il bullismo potenziale dei nostri figli o l’approssimazione professionale che va spesso a minare la competenza virtuosa di cui oggi l’Italia ha invece estremo bisogno. Non funziona più l’educazione all’obbedienza, ma bisogna abituarsi all’auto-regolamentazione. Ciascuno è protagonista nel trovare il punto di equilibrio in un mondo berlusconiano che non deve più essere riconosciuto come produttore di modelli socioculturali a cui conformarsi. Bisogna proporre il proprio modo di vivere eticamente, secondo una propria visione che Levinas definiva l’ottica come forma etica: lo sguardo sul mondo, il punto di vista che coincide con il modo di vita. E che non corrisponde a quello dei vincitori. Il presentimento è che questa capacità di resistere nel comportamento, oltre che nei valori, possa dimostrarsi assai più vincente dell’attitudine al lamento e allo sconfittismo depressivo. E da qui che tra qualche anno potremo ripartire con slancio rinnovato.

Data di scadenza: 1 maggio 2013

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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