Il lettore ideale esiste nel momento che precede la creazione. Il lettore ideale non ricostruisce una storia: la ricrea. Il lettore ideale non segue una storia: vi prende parte.
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a vànvera
Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.





Qui di seguito il commento di LUCIANO COMIDA
Condivido pienamente.
E ciò che leggo in questi giorni ne è la conferma. Ci arrivo tra un momento.
Sto rileggendo (per l’ottava volta dal 1983) il ciclo nel Nuovo sole di Gene Wolfe (a cavallo tra fantascienza e fantasy, vincitore del Nebula, del Word Fantasy Award, Locus, Campbell, pluricandidato all’Hugo…).
Cinque romanzi ambientati in un futuro lontanissimo che raccontano (in prima persona) la storia di Severian, un allievo torturatore (dell’Ordine dei Cercatori di Verità e Penitenza), esiliato dalla propria casta per aver mostrato compassione verso una condannata di cui si innamora. E il tema erotico attraversa tutto il ciclo.
Ma al di là delle appassionantissime e misteriose avventure (che per certi versi ricalcano lo schema dell’ “Eroe dai mille volti” di Joseph Campbell e che attingono a Borges Melville Shakespeare Poe Dick la mitologia greca e davvero chi più ne ha più ne metta), Wolfe ama (e in altre opere li cita esplicitamente) Proust ed Henry James, in particolare per l’uso del narratore inaffidabile.
Alcuni lettori più banali e abituati a una fantascienza/fantasy di stampo tolkieniano o asimoviano hanno criticato Wolfe sostenendo che, se non ci si può fidare di chi racconta, non c’è modo per essere certi di quanto accade.
Altri lettori invece ammirano la narrativa di Wolfe anche per questo motivo: trame ricche e di articolata decifrazione e dunque con un grandissimo spazio offerto al lettore che DEVE trovare da solo le possibili verità, esplorandole negli anfratti del testo, scoprendole nei meandri della fabula e nelle ambiguità/reticenze dell’io narrante. (E probabilmente Severian è il più complesso e più bel personaggio che sia uscito dalla storia della fantascienza/fantasy)
In una lettera a Neil Gaiman, Wolfe scrisse: “La
mia definizione di buona letteratura? Letta da un lettore preparato e poi riletta con un piacere crescente”
Cosa che a me capita da venticinque anni, con i romanzi del Nuovo Sole:
L’ombra del Torturatore
L’artiglio del Conciliatore
La spada del Littore
La cittadella dell’Autarca
Urth del Nuovo Sole