Fare Bao ( così prosegue…)

07Jul08

Faceva proprio caldo quel primo giorno di luglio.

Bao-Tze-Bao vide alcune piccole foglie galleggiare sull’acqua. Prese il retino e conducendolo con cura le raccolse; quando fu quasi gonfio – facendo attenzione a non perderne alcuna per qualche inopportuno movimento del polso – lo sollevò dall’acqua e portò oltre la ringhiera bianca sotto cui brillava verde di sole il prato.

Era mezzogiorno.

Agitando nell’aria il retino Bao-Tze-Bao aiutò le piccole foglie bagnate a volar via. Non tutte però si staccarono : l’acqua le legava ancora alla minuta maglia della rete insieme a piccolissimi, secchi, bruni aghi di pino che vi restavano impigliati. Bao-Tze-Bao vide socchiudendo le palpebre che sul pelo dell’acqua ne nuotavano altri, forse più piccoli ancora. Non si sarebbero nemmeno notati se lui non li avesse cercati, e se l’azzurro chiaro del rivestimento della piscina non fosse stato ancora più azzurro, in quel momento: più del colore del cielo, reso incandescente dal sole quasi giunto al suo punto più alto, e i cui raggi rivelavano, rifrangendosi sul piccolo specchio d’acqua, la loro fluttuante, brunita e discreta presenza.

Rituffò dunque il retino in quel laghetto di luce in movimento. ( Ne colse il suono acqueo e per il piacere di udirlo ancora ripetè una volta il gesto, lasciando gocciolare fino all’ultimo minimo plif plif plif la sua maglia verde e fine ) .

Muovendo la reticella con grande attenzione e moderata forza Bao-Tze-Bao andò loro incontro: raccolse senza perderne alcuno i minuscoli e secchi aghi di pino. Considerò per un attimo – fermandosi a riposare gli occhi dalla rifrazione troppo acuta dei raggi solari – il verde pieno e scuro degli alberi sempreverdi lì intorno. Riabbassò lo sguardo. Un lento gesto del braccio, l’attento modulare del polso, il cauto passo dei piedi: la sua breve immobilità rifluì in un solo armonico movimento.

Dopo pochi nuovi passaggi – da sinistra a destra, da destra a sinistra, con irregolare eppure esatta, stretta circolarità – la piscina sembrava perfettamente pulita. Soddisfatto, Bao-Tze-Bao rialzò con cura la reticella dal pelo dell’acqua e come prima – dopo averle fatto scavalcare la ringhiera di ferro smaltato bianco – la scosse con un netto colpo di polso. L’aria smossa dal gesto aiutò i pesciolini appena pescati a volare via: planarono sul prato, andandosi a confondere nel verde dell’erba nuova, nel paglierino delle chiazze di paglia.

( continua )

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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