Una Vita da Marrano

21Oct08

So così bene chi sono che posso essere chi volete. Niente più di una condanna scioglie. E l’orrore cui vedo agglutinarsi la mia specie provoca fitte di pietà e trasalimenti. Ogni mancanza, ogni rifiuto, ogni tradimento, ogni indifferenza è  significante. Provare dolore, sanguinare senza fine: vivere. ( Evitare lettere al giornale: chi le scrive si crede postumo ma non è ancora nemmeno nato ) . Posso solo comunicarvi il mio disagio, fratellini: voglio solo nascondermi mostrandomi.

Siate involontari - dice. Come potremmo non esserlo. Risposi.

Non so se rendo la non idea. (CiBi)

1 Response to “Una Vita da Marrano”


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  1. 1 Non capisco. ( Ecco, hai capito ) at a vànvera Pingback on Oct 22nd, 2008
    "[...] felicità possibile, scrisse Kappa a Zurau. Lasciamo Dio ai consolabili, dunque: a chi flaneggia e marraneggia s’addice [...] "

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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