Diritto al Silenzio (lettera ad AldoBusi)

30Oct08

Caro AldoBusi, che posso dirle ?

Lei mi torna in mente in certi momenti, come una specie di sponda su cui battere, per uscire attraverso il linguaggio dalla prigione che mi custodisce, e dalla quale non sono stato capace di liberarmi che poco e male. Anche se sia il contenuto sia la storia della ricezione del suo scrivere parrebbero dar ragioni alla mia inanità ( se la sua parola avventurosa, lucida e precisa non è servita nemmeno a scalfire l’ignoranza estetica/politica dei pochi suoi lettori figuriamoci se lo avrebbe saputo fare la mia – tirchia, vile, confusa e intermittente ) io devo almeno dire che la sua testimonianza gronda valore aggiunto. Che l’opera omnia di AldoBusi è il documento storico politico italiano più drammatico e realistico mai realizzato.  La possibilità di ri-leggerla è fuori, è oltre, è viva. Fuori tempo, oltre spazio. Viva in un cimitero. Vorrei essere una volta io l’eco grato alla sua generosità, sponda accogliente del suo sacrificio. La radicalità della sua espressione è profonda fino alla terra bagnata d’esperienza vissuta che l’ha concimata e fatta crescere. Ed è lo scontro fra quanto lei ha saputo capire ( e che – qui sta il tragico, fin dal principio! -  chiunque cresciuto in Italia ha provato, e poteva dunque capire quanto lei ) e la Realtà come si manifesta in Italia ad aver prodotto  ( per catarsi e sdegno, per follia, vulnus e vero sentimento di commovente e totale appartenenza ) la ferita sanguinante della sua parola d’arte in forma di romanzo. Credo di poter ben capire l’impossibilità di scrivere ancora e oggi – mentre è in atto sempre più evidente ciò che lei ha ripetutamente descritto, e che in futuro sarà chiamato profezia mentre è sempre stata visione realistica – e senza citarsi addosso, qualcosa cui onestamente affidare ancora un grammo almeno di rivolta. Mi dispiace di non leggere sue nuove cose, ma ammetto che ciò che lei ha pubblicato è talmente definitivo che non può essere “nuovizzato”.  La potrei far lunga, ma so dalla lettura ripetuta dei suoi lavori ( e da un idem sentire che sembra mi permetta un accesso diretto ad alcuni suoi modi di sentire ed essere ) che non le piacciono i brodi lunghi. Basta poco a chi sa leggere per capire cosa davvero sta scritto. Dunque la saluto ed abbraccio, con auguri di bellezza ed oblio. La  progressione ultrageometrica della stoltezza comune, l’irrecuperabilità dalla condizione di schiavitù delle genti italiane, l’impossibilità  sempre più senza alternative di poter comunicare parole che suonino comprensibili a orecchie malate/inadatte/sorde, l’inesistenza di condizioni tecniche e sentimentali per una pur minima volontà di riscatto… Insomma: tutto questo non avrebbe dovuto farmi dimenticare le ragioni della riservatezza cui spesso lei allude:  la tristezza, la disperazione, la vergogna di sè giocano impudici scherzi. Le chiedo comunque di voler scusare la mia maleducazione. Con sincero affetto e amorosa partecipazione, suo Valerio Fiandra.

Ps Come sta sua madre? Una carezza.

1 Response to “Diritto al Silenzio (lettera ad AldoBusi)”


  1. 1 luciano / idefix Posted November 3rd, 2008 - 4:06 pm

    Tanto mi entusiasmano certe opere di Busi (per esempio Seminario e soprattutto “Vita standard di un venditore provvisorio di collant”) quanto mi esaspera lo scialo del suo immenso talento. Ma forse Aldo Busi è proprio questo alternare capolavori letterari e marchette televisive, genialità della parola e guittaggine del personaggio, audacie artistiche e banalità mediatiche. Forse, se avesse partorito solo libri, Busi non sarebbe Busi.
    In ogni caso, attendo con fiducia e speranza che arrivi un nuovo grande libro.

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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