La terra apre ( ilrestomanca fr. 23 )

11Nov08

Tutto quello che Giulia riuscì a dire fu – Basta.

Di quella parola pronunciò anche il punto, sospendendo lo sguardo sui litiganti per un momento equamente diviso, che a tutti e due parve lento e severo come un sipario alla fine di un dramma ibseniano. Poi lasciò la stanza.

Appena fuori appoggiò le spalle al muro e si lasciò scivolare fino a raccogliersi le ginocchia in grembo. Le si era inumidito il viso. Udì distintamente la porta di casa aprirsi e richiudersi. Solo dopo riuscì a levare la mano destra per raccoglier via la lacrima. Attese la seconda con vera rassegnazione: non cadde. Per molti anni aveva pianto a fiumi, ma era risalita ormai alla fonte, dove neve, forse, o solo ghiaccio restavano. Tremò.

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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