Tutto nel tiro ( ilrestomanca 9 – terza )

15Nov08

Ero già arrivato prima ancora di partire, ma non lo sapevo.

Un gatto svicolò oltre l’angolo visuale cui mi obbligava la nuova posizione. Seduto in macchina ormai, non pensai di rialzarmi ed uscire: pioveva. Allungai lo sguardo fin dove l’avevo visto sgattaiolare. In generale non amo i gatti, non quanto i cani. Ma vederne uno – da quando l’avevo conosciuta e sentita parlare di Misty, di quando e come l’aveva consolata, di come e quando era morta – era come vedere lei.

Su questa pietra quasi calda sto bene, tra un poco rientrano. Se sarà da sola potrò entrare in casa, meglio aspettare qui.

L’accordo iniziale è già la canzone tutta. C’è una precoscienza del noto che dona profumo e sentimento alle cose. Come i passi del danzatore sono tutti nel suo primo, se sa ballare. Per il buon lettore, quando compare Nick e dice del miglior consiglio mai ricevuto da suo padre, la corrente che si continuerà a risalire – come barca piccola in vasto mare – già sta scorrendo. Ogni storia ha il suo esito fin dal principio, prima ancora di cominciare, anche se non sono proprio sicuro che i vincenti si riconoscano alla partenza. I perdenti, piuttosto. Sì, è un altro film, ma Noodles e Gatsby sono più che cugini.

Quando mi sto per addormentare, eccoli. Come al solito è lei ad avere le chiavi, lui è più lento. Non posso dire che sia stupido, ma insomma… Quando lei è via mi ospita e sfama comunque, ma è un’altra cosa. Mi hanno visto. Lasciano socchiusa la porta. Eccomi.

“I got no time for the corner boys…” è la prima strofa, ma nella versione dal vivo la canzone comincia prima, su quel gattesco pizzicato di basso sul quale la voce stanca e roca – notturna – di Bruce Springsteen entra come fosse dopo otto ore di lavoro in fabbrica, ma comincia presto a sorridere, man mano che le strofe lo portano ad avvicinarsi, oltre il fiume, all’appuntamento con la sua Jersey Girl.

Anche io un appuntamento, ma lei non lo sa.

E’ una cosa strana. Voglio dire: dopo cena di solito va che scendiamo a vedere la televisione, o ad ascoltare musica. Questo quando non c’è la partita, che lui va giù e noi quasi sempre si resta su: lei con un libro o a stirare, io a far nulla sotto la poltrona. Stasera siamo restati su. Lei è inquieta, lo sento. Non mi piace, la cosa. Finisce che finisco fuori prima, mi sa…

Lascio dietro alle quattro ruote una strada che all’andata era asciutta. Staranno mangiandosi anche tutte le patatine, poco prima di andar via le tartine erano già finite. Bicchieri di carta, aranciata e cola, gente semplice, quasi tutti oltre i sessanta. La presentazione è andata come al solito in questi casi. In Istria ogni battito d’italiano è un colpo di cuore. La commedia che vedo recitare a Trieste qui è onesta, ha riservatezza e orgoglio, e senza il piagnisteo. Sha la la la la la – Sha la la la laala ala – Sha la la la la la la – Sha la la la la là. Applausi, fade out. REPLAY: “I got no time for the corner boys…”

Si sono dimenticati di me. Bel colpo. Sono giù tutti e due. Niente televisione. Fanno l’amore? Non lo so, certo non stanno in silenzio. Lei non mi sembrava tanto in the mood for. Quanto a lui. Insomma avete capito. Sia come sia io ne approfitto, se la cosa va come deve andare passo la notte al caldo. E domani colazione assicurata !

Che cosa buffa. Che cosa STU-PI-DA. Essere in amore alla mia età. Ma non è amore, è movimento. Il mio orologio era fermo, lei lo ha caricato, adesso ticchetta. Ecco tutto. Andare in macchina aiuta a mantenere il moto anche dentro. Giulia è andata già a dormire, credo. E il mio orologio batte, ma non per lei.

No, stanno gridandosi cose brutte. Non ve le riferisco. Le capisco appena. Se solo fossi capace di aprire la porta da sola me ne andrei fuori. Ho mentito: capisco bene, capisco tutto, ed è per questo che non posso ascoltarli, adesso.

Nell’arresto fra i passi che si succedono. Nella nota che risuona un attimo prima di essere riprodotta. Nella sillaba iniziale di una parola breve. Chi sa ballare, chi ha bene in mente la canzone, chi dice mam. Chi guida di notte fra pochi lampioni, ancora vicino al luogo da dove è partito, eppure è già dove arriverà. Chi sa dove vorrebbe essere, ma ci sarà solo adesso che non c’è ancora.

Nell’album delle istantanee di cui è fatta ogni stupida vita solo ogni singolo scatto è carico di tempo.

La raccolta promette narrazione, mantiene arbitrarietà: il trucco è visibile eppure sempre efficace. Non ci sono che punti di vista, e sono tutti ingannatori. Ho in mente che stanotte non vorrei andare a dormire. Cantare a squarciagola come adesso, inascoltato e dunque libero. Parlare con il cane, con il muro, con le piante. Maleditemi voi che state leggendo,  la trama non c’è, s’è capito. La curva da prendere a velocità piena, proseguire dritti e non accorgersene. Nemmeno quella. Essere in moto, essere in amore, morire. Mo. Una sillaba, un dittongo. Come quell’altro là che non posso nemmeno scrivere ma solo pensare – tanto c’è tutto, tanto mi svela – che vuol dire invece “ essere messo in moto ” , pare,  in sanscrito. Chi si innamora di un corpo è simile al tifoso che si esalta a rete gonfiata, mentre è tutto già nel tiro, tutto.

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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