“ Va Bene: Ti Piace Ligabue. Adesso Vai In Castigo ”

18Nov08

Fra i libri che non ho ho scritto, e neppure ho commissionato, il meno dispensabile si sarebbe potuto intitolare: “ Il Gusto: acquisizione e perdita “. Avrebbe dovuto essere uno studio sui meccanismi di formazione, de-formazione e in-formazione delle sensibilità, delle culture e delle pratiche dei comportamenti di massa. Nella premessa si sarebbe dovuto chiarire come l’uso della democrazia, a partire dalla procedura del Voto Universale, ha di fatto concluso l’epoca felice del Gusto, e che la morte di dio abbia in fondo comportato un solo vero danno, quello della mancanza di un riconoscimento forzato della esistenza di una scala gerarchica del bello. Il sottotitolo avrebbe potuto essere “ Era bello ciò che è bello, ora è ciò che piace ”. Fra i capitoli ce ne sarebbe stato uno chiamato “ Solo Chi Non Sa Cos’E’ Un Reblochon Può Amare Una Kraft ”, e un altro – il penultimo – “ Va Bene: Ti Piace Ligabue. Adesso Vai In Castigo ”.

E’ stato detto che il segno della sola vera, mutante e dunque permanente fede è quello di cui porta la ferita già nel nome Giacobbe per aver combattuto sé stesso sotto forma di Dio: la copertina allora avrebbe dovuto essere una rielaborazione dell’Angelus Novus di Klee. La avrei volentieri affidata a David Lynch, a patto di poter dare io il titolo al suo lavoro: “ La Proiezione è Tutto ” .

2 Responses to ““ Va Bene: Ti Piace Ligabue. Adesso Vai In Castigo ””


  1. 1 luciano / idefix Posted November 25th, 2008 - 3:32 pm

    Ligabue pittore o Ligabue rocker?
    In ogni caso, vado a mettermi in castigo.
    Anche se (onestamente) il secondo dei Ligabue mi piaceva di più un tempo: la sua svolta modaiola e internazional-pop con la nuova band non mi convince per nulla.

  2. 2 baotzebao Posted November 25th, 2008 - 4:44 pm

    Ligabue mi serviva per il titolo, ma è solo un esempio. Sempre di più divento acido. Io ascolto ogni tipo di musica, leggo quasi ogni tipo di libro. Ma so se sto leggendo o ascoltando Poe o Lucarelli, Young o Venditti. E vorrei una critica d’arte che mi insegni, non una pagina degli spettacoli e della cultura (sic) che mi annebbia. Come dicevano i Byrds, citando l’ecclesiaste, c’è un tempo per ogni cosa, ma non ogni cosa per tutti i tempi.

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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