Il mondo non era ancora cambiato. Il Duca Orsino raggiunse in carrozza il castello dove si sarebbe dovuto tenere l’incontro segreto. Pioveva forte. Per l’occasione aveva un abito nuovo, fatto su misura dal sarto che – rivedendolo dopo anni di assenza – lo aveva capito con uno sguardo.
- Misure di una volta, eh ?
Orsino, inseguito dall’adolescenza da quel diminutivo ormai ironico, vista la sua corporatura, aveva finto di ignorare la bonaria esattezza del piccolo uomo dal metro al collo.
- Mi servirebbe una giacca di tweed, ma ho premura, cosa si può fare ?
Il sarto depose sul portacenere la cicca della senza filtro. Sorrise alzandosi dallo sgabello e si avviò, seguito dal Duca, verso la stanza delle pezze di tessuto.
- Un tweed, subito – canticchiava – un tweed, e magari con le toppe di pelle ai gomiti, eh ?
- Sarebbe l’ideale , ammise Orsino, abbozzando.
- E già stropicciata un poco, immagino… , gli disse fermandosi per cercare l’interruttore e profittando dell’arresto per alzare il mento, restando curvo, e guardare il Duca di sottecchi.Colto nel segno, Orsino avrebbe voluto arrossire.
- Non mi prenda troppo in giro, signor Masetti, sia gentile. Cos’ha che mi può fare in pochi giorni, mi serve per una cena improvvisa, sono stato invitato e sa, non ho di che da mettermi che sia, sia accettato…
- E che cena sarà mai, la invita il Re?
- Quasi, un principe.Orsino aveva risposto di getto, senza nemmeno rendersi conto, fino al momento preciso in cui lo disse, che in effetti di un principe in senso letterale si trattava.
Erano gli anni in cui Orsino lavorava ancora, con una certa qual continuità. Gli piaceva quel mestiere fra l’artigianato e il mercato, sapeva di aver la capacità e il gusto per farlo bene. Quel che gli mancava era il danaro. Non ne aveva abbastanza per comprarsi il tempo per sostenere il progetto culturale che aveva bene chiaro dentro di sé – e che andava precisando nel percorrerlo – né quello per comprarsi un valido aiuto commerciale e finanziario. Quello che aveva, invece, era un socio di maggioranza. Anche lui senza danaro, ma non lo sapeva. O forse no, lo sapeva ma non lo lasciava capire. Oppure, meglio ancora: si sarebbe potuto capire benissimo, e Orsino lo aveva infatti capito, solo che non voleva averlo capito. Cosicché – non potendo liquidare il socio, e volendo invece tentare in ogni modo di continuare a fare bene il suo mestiere – il Duca Orsino aveva accettato, che dico: aveva addirittura fatto di tutto per essere invitato a corte. Avrebbe dunque potuto incontrare – e parlare con la calma che una cena riservata e ristretta consentiva – uno dei maggiori professionisti del mestiere, un uomo bello, ricco e famoso, noto per l’eleganza dei modi, il coraggio e la lungimiranza culturale. Un principe di nome e di fatto.
I tentativi di trovare in provincia i danari per il suo scopo erano andati a battere contro il muro di inadeguatezza e miopia della città di Orsino. Né lui, va detto, era un portento nelle relazioni pubbliche: stimato forse – certamente temuto per la sua indipendenza di giudizio – il Duca aveva ricevuto sin a quell’autunno soltanto dei no, anche se travestiti da forse: i meno graditi, i più ipocriti. Fu così che, venuto a sapere da un amico suo e del Principe che l’alta eccellenza sarebbe stato per una riunione d’affari in città, e aveva libera ancora la cena, aveva proposto un incontro. L’amico di Orsino, uno fra i pochi ad averlo fattivamente quanto inutilmente aiutato a trovare gli aiuti cercati, era riuscito a combinare per quel venerdì sera – pioggia battente, freddo livido – quello che abbiamo lasciato in cima a questo racconto veridico ed elusivo al tempo stesso, per ragioni di stile più che di rispetto.
5 Responses to “” A cena con i principi “ ( primo movimento )”
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