Primo e Secondo Movimento / l’Intermezzo.
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- A quattordici anni ho cominciato sul serio, ma non lo sapevo, ciò che poi ho continuato a fare fino a oggi, e credo che continuerò, che lo voglia, possa oppure no…
La conversazione si fermò e tutti gli sguardi furono su Orsino.
Stavano parlando da una buona mezzora, ai piatti di jota erano seguite le crespelle agli spinaci, le carni e le verdure. Il presidente aveva abilmente portato dal tema generale – la città, i suoi incerti legami, il passato che incombeva ancora, il futuro non condiviso – al ruolo della stampa e dell’editoria. Il conte Rolando aveva spiegato, raccontato, alluso. I suoi aneddoti erano sempre pieni di garbo, forse non altrettanto di informazioni precise, ma il Principe sembrava gradire: una certa, almeno apparente familiarità fra i personaggi di cui parlava il Conte di Rubirosa e il mondo nel quale Marco di Fortuneto era un protagonista avevano stabilito un clima di cortesia e affabilità che al Duca non Duca Orsino piaceva e non piaceva. Era rimasto insolitamente quasi sempre zitto, ascoltando disciplinatamente – dopotutto non era nobile né celebre, ed era anche il più giovane al tavolo – ma in realtà in dissimulata e tesa attenzione dei silenzi del dottor Chierico. Questi si era dapprima, in piena concentrazione, assaporato a misurate cucchiaiate la jota quasi senza alzare gli occhi dal piatto. Ora, dopo aver condito con minuziosa cura le verdure cotte, ne tagliava un pezzo alla volta per custodirne il calore, portava la forchetta alla bocca e masticava ogni boccone con lentezza.Alla frase improvvisa di Orsino, che aveva colto una pausa nella conversazione, il dottor Chierico alzò lo sguardo come tutti; poi tornò a misurare l’ ultima mezza patata lessa che ingialliva il piatto bianco, depose le posate e disse:
- L’editore ?
- In un certo senso, sì, professor G – rispose Orsino.Gli altri avventori tacevano. Nessuno aveva chiamato per nome il dottor Chierico. Orsino fece appena in tempo a notare uno scambio d’occhiate fra il Principe e il suo amico. Così riprese, dopo aver posato la forchetta ed essersi passato il tovagliolo sulle labbra:
- Alle feste cui ero invitato mi annoiavo, mi ci chiamavano per consuetudine. Non mi piaceva ballare, le ragazze non badavano a me, ma mi piaceva la musica e avevo una bella collezione di dischi.
Orsino cercava di staccare lo sguardo dal professor G. poiché si rendeva conto che quella che era stata fino ad allora una conversazione a più voci, indirizzata alla ragione principale per cui la cena era stata organizzata, stava prendendo una piega diversa. Incoraggiato dal silenzio nel quale nessuno sembrava voler entrare – per evidenti ragioni di rispetto alla attenzione che il Dottor Chierico, che non aveva ancora detto una parola una, a parte quelle necessarie, gli aveva riservato – continuò:
- Così mi presi il compito di portare i dischi, di suonarli uno dopo l’altro, di fare il disc jockey, come si sarebbe presto comunemente detto. Suonavo i dischi che piacevano a me, ma ben presto cominciai a tener conto dei gusti affatto diversi dei miei amici… Dovevo farli ballare e divertire, e mi piaceva farlo. A casa erano Beatles, cantautori e jazz, oltre alla musica da camera, ma alle feste erano Bee Gees, Abba o Shocking Blue, Rolling Stones al massimo, o Brian Auger, e anche, sì, anche Fausto Leali, Mia Martini, i Pooh, sapete… – chiuse un poco bruscamente Orsino.
- Ed è così che sceglie i libri per la sua casa editrice ? – interloquì il dottor Chierico.
- Non abbastanza, non quanto vorrei saper fare… – rispose il mio amico – Ma insomma sì. Tengo conto dei miei gusti personali nei libri che acquisto e leggo, ma per quelli che pubblico cerco di mediare fra una forma, anche tipografica, che sia tesa al meglio, all’eccellenza – osò dire Orsino cercando di non esagerare ma esagerando, come era purtroppo incline a fare – e i gusti del pubblico della casa editrice.- Orsino, il Duca Aron Orsino – intervenne allora il Conte Rolando appoggiando la voce sull’Aron – è un ottimo direttore editoriale, e anche un eccellente promotore…
Fu ancora il Dottor Chierico, con un gesto della mano destra accompagnato da un lieve ma evidente piegamento del viso sul Conte Rubirosa, a trarre d’impaccio Orsino.
- E funziona, Duca Direttore, dica, …funziona ?
Il presidente era di velluto, attento e compiacente ma discreto.
Il principe apparentemente assente, ma aveva finito l’ossobuco e prestava attenzione.Io – mi raccontò Orsino per rispondere alla mia domanda: e tu ? – Io, io non ero imbarazzato alla domanda franca e anche un poco irridente del professore. Avrei solo voluto non ci fossero stati gli altri, questo sì. In un tempo che evidentemente deve esser stato brevissimo mi sembrò di ricordare tutte le Case Editrici di fama e qualità che lui aveva frequentato, i poeti, gli scrittori, le autorità nel campo della critica e della storia dell’arte, le lingue da cui traduceva, persino i nomi dei suoi libri… Che vuoi, Cino, lo avevo scoperto solo nel 1991, con un libro il cui titolo era diventato per me una specie di abracadabra, Falbalas. Poi quasi tutti gli altri, e fino a quelli usciti postumi anche di recente, o quello – magnifico, commovente – che trovai a Parma, alla mostra di Mattioli, in un’edizione numerata che precedette quella di Adelphi, alle sue rare e magistrali paginate sul quotidiano di proprietà del Principe Marco… Comunque, Cino – mi disse quasi vergognoso di sè, della commmozione che lo prendeva, e tornando alla cronaca della cena - in quel tempo breve che mi pare adesso lungo, ma tu sai gli scherzi che fanno i ricordi, decisi che dovevo fare come se fossimo stati soli, che in fondo eravamo soli, che ci dovevo provare o me lo sarei rimproverato per sempre.
- No.
- No ? – Alzò lo sguardo il Professore piantandogli gli occhi addosso.
- No, professore. Ho poca esperienza, il mio gusto non è abbastanza solido, la mia preparazione incompleta, la mia forza non è abbastanza temprata. E – volendo non cedere a tutti i ricatti sul gusto che ogni mercato fa, specie ai pesci di carta piccoli che vogliono crescere - non ho, non abbiamo – disse Orsino girando per un attimo la testa verso sinistra, dove gli sedeva accanto l’ammutolito ma sorridente Conte Socio di Maggioranza Rolando di Rubirosa – abbastanza mezzi per sostenere un piano editoriale adeguato.
- Vedo.
Un silenzio così – mi diceva spesso Orsino, che spesso tornava, specie negli ultimi mesi, al racconto sempre più particolareggiato di quella serata – io non lo mai più sentito.
Dopo quel “ Vedo ” che durò quanto un’eco, i corpi e i volti dei presenti parvero rimettersi in movimento. Orsino era stremato. Rolando non osava cercare il suo sguardo. Il presidente non riusciva a trarre dal cappello magico delle sue risorse cardinalizie e politiche una battuta, una divagazione. Il Dottor Chierico stava finendo la sua mezza patata.
- Mi hanno parlato di una collana, sua, vostra – disse allora il Principe – sul mare e le sue storie…
- Gente di Mare, sì, siamo al quinto titolo… – riprese a respirare Orsino.
- Ne ha copie qui ?
- Certamente. Ne ho portata una di ciascun libro – riprese colore Orsino – mi ripromettevo, dopo il dolce…
- Oh sì, davvero molto gentile, sa, Aron, sul mare sto così bene…
- Ma va là Marco, che tu sei uomo di pianura, come me del resto !
- Cesare mi conosce troppo bene – ammiccò a tutti il Principe – ma non del tutto, non del tutto…- Beh, nessuno si conosce troppo bene – ribattè senza accondiscendenza né sfacciato orgoglio lui.
- Solo un testo, visto come una mappa e da una buona distanza, possiamo forse dire di poter conoscere davvero.
A questa frase di Orsino il dottor Chierico cambio faccia.
Come dice, scusi, Aron ?
- Due amici, persino due grandi e liberi amici sanno, ciascuno di se stesso, meno di quanto sappia l’amico. La distanza è necessaria per conoscere quanto ci è più vicino, anche se non sufficiente. Quando entro in un libro, le volte che ci riesco e ci rimango abbastanza – in una frase appena, o in una pagina di riguardo, bianca a sinistra prima del nuovo capitolo in quella destra – lì a volte mi par di trovare ciò che nemmeno l’autore sapeva fino in fondo di aver messo, di sé, in maschera o a volto nudo.
Orsino aveva pronunciato la frase intera in un respiro soltanto. A testa bassa, come parlando a sé, e osando alzare lo sguardo sulla parola “ trovo”, che sussurrò – mi riferì il presidente solo pochi giorni fa, mentre ricordavamo insieme il comune amico scomparso – quasi al di sotto della percettibilità, ma con una sicurezza che stupì lui per primo, dopo aver ripreso fiato.
Quattro camerieri, il padrone del ristorante e sua figlia, maitre patissier, entrarono nella stanza riservata. Gli occhi e i nasi furono tutti sui grandi piatti di porcellana bianca, sulla millefoglie destrutturata e gialla, sulla croccante pasta sfoglia, sul velo di zucchero che la decorava.
Furono appoggiati simultaneamente.
La cena volgeva al termine, la notte non sarebbe finita presto.
( continua )





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