“ A cena con i Principi ” ( quarto movimento )

01Jan09

Primo e Secondo Movimentol’Intermezzo / Terzo Movimento

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Caffè e liquori. Tavola spoglia e ripulita. Non si può più fumare, peccato.

Accanto alle tazzine e ai bicchieri una piccola pila di libri dalla copertina blu. Il Principe ne sta sfogliando uno, “ L’ulimo viaggio del Baron Gautsch ”, di Pietro Spirito . Il dottor Chierico sta leggendo “Sei Marinai dell’Adriatico”, di Giubek Marini.

Il presidente e il Conte Rolando chiacchierano in piedi, sulla soglia.

Orsino è seduto, guarda i due lettori leggere.

- Una storia vera, questa di Pietro Spirito, Aron ?
- Una vera e propria ricerca, che ha il contenuto e anche la forma di un romanzo.
- Le immersioni, vedo, i tesori: si seppe la vera ragione dell’inabisssamento?
- Cosa vuole, signor Principe, si sa molto e mai tutto.  Certo i morti, quelli furono certi…
- E tu, Cesare, sembra ti sia immerso pure tu, lì…

Il professor Cesare Chierico alzò gli occhi dalle pagine. Storse un poco le labbra. Depose il libro lasciando l’indice fra le pagine.

- Qui c’è una bandiera rossa d’onore – disse con allegra pompa imperiale – , una buona prosa asciutta, chi è questo Giubek Marini, non l’ho mai sentito…

- E’ uno pseudonimo, professore. Ho preso l’impegno di rispettare il desiderio dell’autore di rimanere sconosciuto. Era un giornalista, un amico carissimo; con lui ho passato  molte belle giornate, a litigare e stare zitti.

- Ha scritto altro ? – chiese il letterato.
- Ha scritto sui miei giornali ? –
chiese il grande editore.

- No. – rispose ad entrambi Orsino –  Niente di edito, comunque – disse rivolgendosi al professore. – Ha lavorato per l’altro grande gruppo editoriale del Paese – concluse elusivo, sorridendo al Principe.

Orsino stava già per aggiungere particolari, vinto dall’emozione causata dal ricordare l’amico Giubek, morto poco più di un anno prima, e i suoi burberi consigli in materia di editoria, politica e civiltà. Ma seppe star zitto, e fu una fortuna.

- Dovremo andare, non credi Marco ?
- Già –
si allungò  alzandosi il Principe – abbiamo fatto tardi.

Orsino fu subito in piedi, basso vicino ai due amici.
Il Conte Rolando e il Presidente si  avvicinarono.

I saluti furono cortesi, i ringraziamenti sinceri.
Il conto non era stato presentato, ma tutti capirono che la cena era stata offerta dal Conte di Rubirosa.

- Mi scriva, caro Arondisse il Principe stringendo la mano al mio amico.

Lui abbassò il capo, come al più gradevole degli ordini.

Lasciarono la stanza, e poi il ristorante, in gran velocità. Aveva smesso di piovere.

Orsino fu l’ultimo a uscire, qualche minuto più tardi.

Era trasognato, disteso eppure rattristato.

Solo un cenno di salutorimuginava  insofferente: che sbruffone devo esser stato, che asino !

Il professoremi disse cento volte Orsino raccontandomi sempre la stessa scena con sempre nuovi dettagli, al punto che non so più quali fossero veri e quali no non mi aveva nemmeno stretto la mano. Solo un cenno. Forse sorridente, non so più dire.

Il vestito nuovo si faceva sentire, adesso. Pareva ad Orsino di essere stretto in una camicia di forza. Sognò di essere a casa, in pigiama, appollaiato sulla sua poltrona preferita, a fumare, finalmente.

- Xè stada una piacevole serata, vero, Duca ?

La familiarità dialettale dell’Oste riscosse Orsino.

- Certo, signor Ban, grazie a lei è andato tutto benissimo. La millefoglie poi, complimenti a sua figlia…

- Troppo buono, signor Duca, lei è troppo buono…

Appena fuori, scosso dal freddo, Orsino alzò il colletto del loden. La sua macchina era poco lontana. La discesa, un angolo, pochi passi. Il piazzale era poco illuminato, ma si vedeva bene una berlina scura – luci interne accese – posteggiata accanto al coupè del Duca.

Prima ancora di poter capire, Orsino vide la porta posteriore spalancarsi a metà.

- Salga un momento, Aron !

Fece appena in tempo a posare il sedere sul posto accanto all’autista.

- Lei non è un editore, caro Aron – disse subito il professor Cesare Chierico – , lei è altro!

Orsino taceva. Si era girato e guardava il volto in semi luce dei due uomini seduti nel sedile posteriore. Taceva, senza fiato: aspettava.

- Lei non da credito, il giusto credito alle sua capacità. Lei ha scelto la via tortuosa, quella meno fortunata, per riconoscersi, per scoprire chi è davvero.

La voce del Professore era calda, le parole di ghiaccio.

- Si arrenda all’evidenza, Orsinoriprese addolcita: smetta di contraddire sé stesso – poi salì di tono, sferzantela smetta di scappare, insomma !

Il principe seguiva la scena fra lo stupito e il benevolo.

- Lei, caro Aron – gli disse cercandone lo sguardo immobilizzato – , lei è una persona nobile, lei…

- Mi ascolti, giovane pesciolino direttore della piccola casa editrice locale – riprese irridente e secco il Professore –  Lei fa buoni libri, è di buone letture, e scommetto che sa anche scrivere. Lasci perdere le scuse, i soldi, il mercato… Faccia della sua Casa quello che vuole fare, o la abbandoni e si metta a fare qualcosa, sul serio – ma sul serio davvero, mi capisce ? – Lei non è più un disc jockey, se poi lo è mai stato…Cosa sta aspettando ? – ha quasi cinquantanni, vero? – Che sia troppo tardi ?

Aron Orsino si stava afflosciando. Il tessuto lo pizzicava, la cravatta gli serrava il collo. Sentiva, gli parse di sentire il rossore divampare dalla testa alle punte dei piedi.

Si girò verso il parabrezza, allungò la mano alla sua destra, a cercare la maniglia.

- Senta !gli gridò  il professore.

Orsino si girò di scatto verso di lui, pronto a rispondere, stavolta, e a mordere.

- Ci sono passato, per quelle strade, io. Non vi indugi troppo, ci è restato abbastanza. Io, io  ho resistito, e diamine!,  resisto ancora troppo! sfiatò come parlando a se stessoE non faccia paragoniriprese con maggior forza un attimo dopova da sé che io sono io, e lei no ! Usi con forza la sua ammirazione per me. Si tiri fuori dal suo buco. Basta salite, si lasci andare, scenda ! Vada in pianura ! Vada, adesso. E vada a casa, che è davvero troppo tardi !

Su questa ultima frase il professore si girò ostentamente verso l’autista, togliendo lo sguardo dal volto di Orsino, dove l’aveva tenuto fisso come un artiglio.

L’autista mise in moto.

- Grazie disse Orsino – e uscì dalla macchina.

Aveva ripreso a piovere.

O forse non lo disse.

Fino all’ultima volta in cui – pochi giorni prima di morire, due settimane fa – mi raccontava quella storia e il suo finale, ogni volta non sapeva esserne certo. Probabilmente ho solo pensato di averlo detto, quel Grazie, figurati ! Ero cotto, ero di carta straccia, un salame bollito nel sugo !

Quel che è invece certo è che pochi giorni dopo il mondo cambiò.

E che due anni dopo quella sera dei primi di settembre del 2001, – due anni molto intensi e belli, ma altrettanto severi, nei quali la profezia del professore lo inseguiva – Orsino lasciò la Casa Editrice. Perché, quale la causa puntuale e quali le remote non è questo il luogo né il tempo di dire. Posso solo testimoniare di un dolore profondo, nascosto alla bene e meglio, troppo acuto per venir del tutto dissimulato. Nelle sue carte sparse, nei falconi e nei quaderni, sotto titoli come “Ilrestomanca” o “Unavitadamarrano” ( scritti così, in una parola soltanto ) , o nei files intitolati “leggerezze e scrivitudini”, ci sono migliaia di parole che testimoniano del dolore e delle cure.

Da qualche anno però stava meglio.

Lui, generosamente, diceva che le cose si erano messe per il verso giusto da quel primo marzo del 2004 in cui ci rincontrammo per non lasciarci che.

Che quindici giorni fa, quasi esattamente a quest’ora.

Già.

Sono le 23 e 25 del 31 dicembre 2008.

Ho promesso a me, al bambino e all’amico fedele e riconoscente che sono di finire il resoconto di quella cena con l’ accento sulle ‘i’. E finirò dunque qui, che tanto ogni altra parola non servirà – se tutte quelle che ho scritto non vi fossero già riuscite – a dire chi è stato Orsino Aron del Lino, duca non duca, gentiluomo.

Da domani, forse, potrò guardare alle sue carte con maggior confidenza e leggerezza. E chissà, forse, trascriverle ordinatamente, da buon esecutore testamentario.

Grazie per la vostra pazienza, e scusate le cadute.

Buon DuemilaNove.

2 Responses to ““ A cena con i Principi ” ( quarto movimento )”


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  1. 1 “ A cena con i Principi ” ( terzo movimento ) at a vànvera Pingback on Jan 1st, 2009
    "[...] continua [...] "
  2. 2 “ A cena con i Principi ” ( CODA ) at a vànvera Pingback on Jan 1st, 2009
    "[...] il file che è quasi l’alba del primo gennaio [...] "

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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