Ancora una volta non troverete qui nessuna Ultima Parola.
Mi fa ridere scriverlo, tanto è ovvio – e dunque presuntuoso sottolinearlo.
Sono tentato dal cancellare la prima riga, e mi trattiene solo la miscela di autoconsapevolezza e vanità – di Attenzione per me stesso ma non solo – che ha per nome Valerio Aron BaoTzeBao Fiandra.
Sono tempi nei quali ogni affermazione stentorea ( si tratti di ragioni e torti internazionali, gusti in cucina o politiche locali ) è tanto apprezzata quanto vana: lo sviluppo delle ore, dei giorni, degli anni spesso toglie nei fatti la certezza delle parole, ma pochi se ne rendono conto. La disattenzione, complice o involontaria, consente agli stessi affermatori appena smentiti di affermare altro, con la stessa voce e posa ( in genere hanno braccia conserte e facce appuntite ) .
Questione di comunicazione – diranno gli avveduti, sorrisetto di condiscendenza già esibito – di marketing, di manipolazione…
Vero, già.
E’ che sono stanco di analisi, di spiegazioni, di sorrisi di superiorità… almeno quanto sono stufo di ghigni, di slogan, di progetti di riforma.
Le mie radici più profonde – voglio dire quelle naturali, quelle familiari, quelle culturali, – affondano nelle ragioni del domandare e del riflettere, del chiedere e del chiedersi. “Dubitare”, prima di tutto di me stesso, è la forma verbale in cui si potrebbe racchiudere metà del mio vivere. L’altro mezzo ( attenzione: non diviso esattamente a metà, ma confusamente quanto contiguamente, una specie di punto bianco nel nero e viceversa, come simboleggia il segno del Tao nella Tradizione cinese, o quello dell’ en-sof - del respirare-espirare nella Tradizione ebraica ) è rappresentato dal “fare”.
Sono figlio di un artigiano.
La riflessione per papà era sempre anche pratica. Anche quando non lavorò più solo con le mani, Sergio Fiandra pensava attraverso di loro: un’attitudine consolidata aveva fatto il corpo giuridico, quello etico politico, quello comportamentale della sua identità individuale e sociale. Intendiamoci: era un gran casinista, un visionario talvolta, un superbone e un coglione, anche. Perchè, appunto, ragionava con le mani almeno quanto con il cervello.
Pur non avendo seguito la sua via individuale credo di star a percorrere la sua via magistrale.
Voglio dire che da quando mi ricordo di me stesso – ho appunti dai miei tredici anni in poi – anche io lavoro con le mani, in un certo – pericoloso ma affascinante, rischiosissimo senso. Lui aveva filo, coltellino da pellicciao, pelli e modelli. Io, tremo a dirlo, parole. Tremo perchè è presuntuoso auto definirsi, ma d’altra parte sarebbe vile e un poco ridicolo non ammetterlo. E tremo anche perchè – mentre l’abilità necessaria e riconosciuta al fare artigianale appplicato alla materia fisica ( pellicceria come falegnameria, ricerca come musica, cucina come scienza ) è attribuita ad un sapere pratico, ed è provata dai manufatti realizzati ( un bel cappotto come una sedia comoda, un esperimento riuscito come una esecuzione perfetta, una pasta alla matricinana come l’algoritmo di google ) o dalla mancata riuscita di tutti loro – la materia del pensare e dello scrivere sono… le parole.
Solo parole, verrebbe da scrivere.
Se chiedessi adesso a lei che sta leggendo di suonarmi una fuga di Bach, di costruire una sedia, di dimostrarmi una legge della fisica…
Ma se le chiedo di pensare e scrivere…
Tutti, anche chi non crediamo lo faccia, pensiamo.
E chiunque, anche chi non lo fa, scrive. Usare la parola, anzi di più: usare il linguaggio di cui disponiamo geneticamente e per destino (uso la d minuscola, rispettoso di chi la vede Maiuscola perchè ne ha bisogno, chiedendo stesso trattamento per me, che ne ho meno) è scrivere. Chi di noi, trascrive su carta o su schermo, o su tela o su pentagramma quanto la sua voce gli dice altro non fa che chiedere alla carta, alla tela… se ciò che la sua voce gli ha detto è proprio ciò che lui-lei ha trascritto. Da questo domandare-rispondere nasce l’opera. Il giudizio estetico, se è bello o no, se funziona o meno, se ha successo o non ne ha è altra faccenda, che segue, e che risponde ad altre leggi. Non sto dicendo che è solo questione di marketing o pubblicità, o potere ( e comunque queste non sono questioni fuori tema, sono importanti: sono solo un po’ troppo prevalenti, secondo me, oggi ) : sto dicendo che l’atto dire-ascoltare-trascrivere è faccenda artigianale, prima che artistica.
Il libro che sto leggendo e annotando, in seconda lettura, è pieno di esempi storici e culturali, pratici ed economici, di questo agire delle mani e del pensiero. La parola più importante nella frase che avete appena letto ( l’ho sottolineata e corsivata apposta ) è quella particella modesta e spesso disattesa, quella ‘e’ congiuntiva: l’agire o è delle mani e del pensiero o non è.
RICHARD SENNET, in “l’Uomo Artigiano” (Feltrinelli, 25 Euro) racconta bene la storia del passaggio dagli artigiani chiamati “demiurghi” a quelli chiamati “manovali”, dalle corporazioni il cui Nome era quello dell’arte applicata ( gli orafi, i vetrai, eccetera ), al Nome del Maestro che si fa dapprima anche Artista ( anche è la parola importante, qui ) e poi solo Autore…
Vi invito alla lettura, è un libro di grande bellezza e grande facilità, mi viene da dire che è un libro comodo come una scarpa ben fatta, che ti dimentichi di portare, o una sedia adatta alla tua forma corporea – non come quella sulla quale seggo io adesso, rovinato dal troppo culo e dallo scarso esercizio fisico…
Se mi riesce ne scriverò altrove nel merito, qui mi serviva solo un appoggio. Questo: c’è un momento – scrive Sennet – nella storia dell’umanità occidentale, nel quale una nuova figura appare e via via si fa vedere, ascoltare, stimare: il Pubblico. Da allora – tanto tempo fa, la prima apparizione coincide con i tempi di Aristotele – il ruolo di ciascuno spettatore ( a teatro o davanti alla tela, la pagina, la scena sociale e politica ) è allo stesso tempo individuale e collettivo. Non ho parole di sufficente competenza e sintesi per dirvi qui bene quanto è importante la storia di questo viaggio: leggere il libro è più facile e più adatto a sondare – attraverso la propria esperienza di lettore proprio di questo libro – quanto sia vero. Ma vi invito a fidarvi di me se vi dico che la misura della nostra capacità di fare è oggi ancora strettamente legata alla capacità di pensare. Le mani le ha anche il cervello, proprio come loro hanno neuroni.
E dunque, adesso ?
Ebbene, io penso che la distrazione, la disaffezione, il menefreghismo che contraddistingue la grande maggioranza dei viventi umani sia anche la causa, non solo la conseguenza della manipolazione che ci assoggetta, che sia la gabbia nella quale ci siamo abituati a vivere – e ci crediamo liberi ! – anestitizzati o cosmetizzati.
Tanti falsi specchi, in giro: quando ci guardiamo non ci vediamo più.
Penso però che la responsabilità principale della distrazione, disaffezione, eccetera NON sia né del pubblico né del potere: penso sia nostra, di noi che scriviamo spesso con il cervello, ma senza mani.
Pubblico e Potere servono a se stessi, sono nell’obbligo di vedere solo le proprie ragioni. Noi che scriviamo, noi che dobbiamo obbedienza alle parole soltanto, noi non abbiamo scuse: non ne avevamo nemmeno quando ci pagavano bene, in danaro e privilegi, figuriamoci adesso, che comprano per poco il nostro silenzio, la nostra disattenzione e non ciò che invece abbiamo da offrire soltanto: attenzione ed espressione.
Badate bene: so di far sorridere chi mi prende per ingenuo. Voglio tranquillizzarlo: lo sono, ma non troppo.
Leggo meglio di quanto scrivo. Lo so. Quando racconto – con la voce della mia metà Cinese, una storia della mia metà Ebraica – non penso, scrivo. Quando leggo quella stessa storia, invece, penso. E trovo la storia debole e non abbastanza ben scritta. E per questa ragione che amo leggere storie e saggi scritti da altri: è il solo modo che ho per ri-scriverli, a volte perfino meglio di loro!
Infine, dopo tutte queste digressioni, provo a trovare il sentiero principale.
Una frase di Guy Debord, letta mi pare nel suo “PIANETA MALATO” (nottetempo), è una delle mie stelle polari ( lo so, si dice sia una sola, ma per me non è vero, prima o poi provo a dirlo meglio ) . Dice, pressappoco ( vedete il disordine, chi lo sa DOVE sia il librino, adesso che mi serve ! ) , che chi analizza e spiega un problema si trova nella condizione di sentirsi appagato dalla sua competenza, ma che dovrebbe invece occuparsi più dell’approccio alla soluzione che inorgoglirsi in solitudine.
Ecco.
Pur consapevole della mia pochezza letteraria, specie se paragonata ai temi che oso trattare; pur ben reso edotto dall’insuccesso dei miei “manufatti” della mia irrilevanza sul mercato delle idee; pur isolato in questa solipsitica regione dell’autore-editore che si chiama blog, nella comoda condizione di esserci senza essere davvero visto; pur stanco, scusate la debolezza, di corpo a corpo sempre più faticosi e perdenti con angeli e demoni, sulle scale – fatte di parole – del mondo di carta che è tuttavia IL mondo per me…
Tutto questo con-siderato, per servire scrivo: senza altra meta che quella di farmi e farvi compagnia, nella certezza di servire me stesso, nella speranza ( che non è il sentimento del disimpegno, ma il suo opposto, quello dell’impegno nonostante tutto ) di servire e basta.
Riparo. Non creo.
Respiro.
Dopotutto, mentre poco fa aiutavo Artù a disfarsi della sua cacca ( da quando ho letto “Patrimonio”, di Philip Roth, non è più un atto neutro nemmeno quello ), pensavo che dovevo finire il post e impostarlo, poco più di un messaggio in bottiglia, nella buca della Rete. Mi è venuto in mente che avevo messo in ripetizione, da stamattina, il cd con LE METAMORFOSI e LE ULTIME QUATTRO CANZONI di Richard Strauss, nell’esecuzione di Herbert Von Karajan e Gundula Janowitz ( solo la Norman mi piace di più, è nera e sa cosa è un blues ! ). Commento musicale adatto, mi dicevo salendo le scale, a un tema che da fermo si vede appena, in movimento si intravede, ma solo da lontano si capisce. Insufficiente, però, per rendere l’idea della mia più profonda motivazione, della mia condizione vera, del mio bisogno di qualche almeno fugace, impermanente incantesimo, nel disincantato mondo che abitiamo.
Non so come, non so perché, mi è venuto in mente l’arpeggio iniziale della chitarra di James Taylor, in una canzone veeeecchia che si chiama… “Handyman”.
Già: uomo di mani, uomo alla mano, uomo riparatore di cuori spezzati…
E allora l’ho messa su…
Hey girls, gather round
Listen to what I’m putting down
Hey baby, I’m your handyman…






assolutamente magistrale, no, non l’avevo letto ieri.
ottimo testo, bravo.
anche se temo ti sia perso a metà o poco dopo… o forse mi sono perso io.
ahimè, CI siamo persi…
il succo, comunque è: un sapere, da solo, è solo sapere.
Mi sono emozionato, a leggerti. E non è che capita spesso.