Sui giornali di oggi la notizia della morte di Salvatore Samperi, regista.
Anche sul PICCOLO, il giornale di Trieste, la città dove abito e non vivo.
Peccato che sul giornale guidato da poche settimane dal nuovo direttore Paolo Possamai ( e che ho visto già un po’ migliorare, nonostante Trieste, anche se potrebbe e dovrebbe fare di più e meglio per imborezzare la città ) , il taglio basso della “Cultura” - in quella pagina che io continuo a voler chiamare terza mentre spesso è l’ultima ( non in senso letterale, che potrebbe anche essere una buona idea, salvo rivolta degli uffici pubblicità, ma per la (poca) importanza datagli, salvo eccezioni, sui giornali italiani) - ospiti un pezzo, d’Agenzia suppongo, che non ricorda che Salvatore Samperi ha girato a Trieste, nel 1978, un film tratto dall’ “Ernesto“ di Umberto Saba.
“Grazie Zia” e “Malizia” hanno certamente avuto maggior successo ( e, devo dire, erano anche cinematograficamente meglio riusciti – e Lisa Gastoni e Laura Antonelli, poi, sanno farsi ricordare ) del tentativo un poco imbranato di ridurre un capolavoro letterario fatto di allusioni, sensazioni, sentimenti e ambiguità in una pellicola. Insomma, non un film del tutto sbagliato, ma era un altro Saba.
( Sul tema romanzo-adattamento cinematografico il signor Salman Rushdie ha detto, secondo BaoTzeBao, la parola definitiva in un articolo pubblicato sul Guardian e tradotto sul Corriere.
E, fra l’altro, proprio come i giornali di tutto il mondo hanno titolato sulla polemica Rushdie-Millionaire un articolo/saggio magistrale sul rapporto fra letteratura e cinema, così quelli italiani ricordano Samperi per i turbamenti di Momo, la scala e l’Antonelli più che per l’ “Ernesto” rubato da Samperi a Saba.
Di questo articolo/saggio il Vs. ‘fezionatissimo Sior Bao è stato così colpito che ne sta scrivendo – da par suo, confusamente, s’intende – in un lungo post/puzzle la cui prima tessera è qui. Vedremo se ce la fa a portarlo avanti… )
Indiferente.
Quel che volevo ricordare è che gli esterni del film furono girati a Trieste nell’estate del 1978, nei magazzini sul Canale di Sant’Antonio, per esempio, in quel Palazzo Gopcevich che non era ancora stato ristrutturato; che la mamma di Ernesto era Virna Lisi ( le sue passeggiate private in Borgo Teresiano erano una Apparizione profana, altro che Lisa o Laura !! ) ; che c’erano anche Michele Placido e Sergio Salvadori, nel cast…
Ma soprattutto che una giovanissima, thomasmanniana Susanna Tamaro, era l’aiuto regista del film.
Vestita come il Viscontesco Tadzio, la futura scrittrice di successo ( scrittrice lo era già, va detto ) collaborava con Samperi ( non abbastanza, devo testimoniare: i suoi suggerimenti, ottimi, furono poco presi in considerazione ) e compare, confusa fra altre comparse a voi non ignote, in alcune scene, per lo più ma non del tutto tagliate dalla versione finale del film.
Stava anche prendendo appunti, la Tamaro, per il romanzo in vero molto cinematografico che l’avrebbe segnalata, quel ” La Testa Fra le Nuvole “ che a parer mio è fra i suoi più importanti e migliori ?
Certo è che – se non lo avesse scritto e pubblicato, dieci anni dopo per MARSILIO, grazie anche a Gabriella ed Elvio Guagnini – un altro regista – tal Federico Fellini – non sarebbe rimasto in piedi per un paio d’ore in libreria a leggerlo, non le avrebbe telefonato a casa, non lo avrebbe segnalato a Repubblica….
Eh sì, cari i miei pazienti A Vànveristi, Tutto si Tiene.
Ma ilrestomanca.





Grazie del racconto di Samperi… ma perché dici _abito_ a Trieste non _vivo_?
Secondo: che ne pensi di Boris Pahor?
ciao ciao
Eh, Luigi… Avrei potuto anche scrivere ” in cui vivo ma non abito “… La mia residenza è qui, la mia vera vita è dove sono momento per momento, libro-film-città-persona-etc… Trieste è una città complessa: non potrei non dirmi triestino ( anche se nato a Milano e spesso in giro ) , MA talvolta è stretta, stretta…
Pahor: grande scrittore per lingua ed epica, docente preparatissimo, uomo di valore. Il suo tardivo successo italiano lo mette, secondo me, un poco in pericoloso bilico fra letteratura e storia. E il suo editore, cui tutti dobbiamo dir grazie per averlo reso disponibile non solo ai pochi, con il recente ” QUi non si può parlare ” sta conducendo un’operazione rischiosa e discutibile, valore letterario indiscusso a parte. Le provocazioni e le controprovocazioni vanno delicatamente evitate, io credo: non c’è già abbastanza falso e strumentale conflitto in giro, ? Ma il discorso sarebbe lungo, e il mezzo ( oltre al mio tempo, adesso ) è breve. Ci torneremo se vuoi, sul tuo bel GdL.
Ciao e grazie del bel lavoro culturale che fate.