La Fine della Democrazia – as we (think) we know it ( e-lezioni e astensioni )

05Jun09

autocensura

Oggi, sul PICCOLO di Trieste, Pier Aldo Rovatti pubblica un piccolo magistrale saggio sul Contemporaneo.

La finesse del suo asssunto sta nel non cadere nella trappola dei consigli.

E’ un ammonimento – un memento mori per la Democrazia Come La Conoscevamo ? – inviato ai lettori triestini, che mi pare di tale qualità teorico-pratica da cercare di rilanciarlo via Rete, perchè riguarda davvero chiunque, consapevole o no del momentum in cui siamo.

Davvero:  astenersi è – in effetti – votare.

Davvero: i buoni votano.

NELLA TRAPPOLA DELL’AUTOCENSURA

di PIER ALDO ROVATTI

Si è parlato spesso, negli ultimi anni, di regime. Qualcuno ha insistito sul fatto che il fascismo sta ripresentandosi sotto mutate spoglie, un “nuovo fascismo” da non confondere con il vecchio. Voci ormai lontane dicevano che questo nuovo fascismo scaturiva dall’omologazione dei consumi e quindi anche dei costumi: dalla diffusione in ogni angolo della società di un modello piccolo-borghese a vocazione conformistica e totalitaria.

Difficile smentire oggi quest’analisi, ma essa non ci basta più. L’opposizione democratica, che si è fatta fievole, che sembra agire quasi solo di rimessa e rivela un evidente deficit di programma, dispone di pochi strumenti per leggere la società attuale e perciò è in crisi. Alla vigilia delle elezioni (europee e amministrative), i nodi vengono al pettine e moltissimi elettori sono parecchio perplessi. I punti interrogativi prevalgono sulle certezze. Come contrastare il populismo dilagante dei nostri governanti? Ma soprattutto: perché questo populismo attecchisce tanto? Perché – nonostante l’immagine del leader si stia deteriorando al punto da risultare quasi impresentabile a causa dei suoi comportamenti pubblici e privati – gli italiani non reagiscono? Mi auguro sorprese positive al momento della conta dei voti, tuttavia – ammettiamolo – circola un ragionevole pessimismo in proposito.

Autocensura. A me pare sia questa la condizione emotiva e morale che sta prendendo piede un po’ dovunque. Ha a che fare con la libertà, ma non corrisponde a una semplice mancanza di libertà. Equivale, piuttosto, a una sfiducia nel cambiamento, al fatto che la parola ”possibilità” sta diventando muta, inerte, senza applicazione né verità. Il nuovo fascismo non ha la faccia violenta della censura: o meglio, non è attraverso questa faccia che produce consenso e ottiene il placet degli italiani. Molti diritti vengono conculcati, è innegabile, è cronaca quotidiana, ma lo stato non è uno stato di polizia. Semmai, ogni cittadino è invitato a diventare il poliziotto di se stesso, e l’invito trova larghissimo ascolto. L’abilità del nostro leader è proprio quella di soffiare su questo fuoco. Pensiamo solo alla cosiddetta “politica degli annunci” che costituisce ormai una normale tecnica di governo.

Psicopolitica? Se ne parla con buoni motivi, però attenzione: non è un vapore di superficie, nessuna parentela con ciò che chiamavamo ideologia o falsa coscienza.

Il caso italiano non è poi così anomalo se guardiamo le cose sotto il profilo della biopolitica, cioè di una gestione del potere che riguarda direttamente i corpi e le anime della popolazione. L’autocensura è l’effetto, e insieme lo strumento, di un governo degli individui che si basa sull’autosorveglianza. Non occorre più un occhio esterno che scruta e controlla se quest’occhio è stato interiorizzato e ciascuno, attraverso il suo occhio interno, provvede a limitare i propri spazi di movimento, annulla progressivamente le proprie chance e libertà individuali, svuota di senso ogni socializzazione accontentandosi di surrogati tascabili, e in definitiva rende inerte ogni possibilità di crescita preferendo tutelare giorno per giorno i propri interessi egoistici.

Nessun comparto della società civile sembra sfuggire a tale fatalismo conservativo, solo preoccupato di quanto si può perdere. Lavorando nel mondo della scuola ne ho prove lampanti. All’università, per esempio, tutti sono affaccendati a far quadrare i conti di una riforma alquanto bizantina, a produrre piccole gabbie in cui sistemare i crediti formativi, assetti limitativi in cui incasellare le politiche dei tagli. Del quadro generale, però, non ci si occupa, e quasi nessuno si chiede quale cultura potrà venir fuori da una formazione così ingabbiata. Come se questa domanda non fosse oggi più possibile, e lo spazio dell’agire fosse ridotto a trasformare le disposizioni ministeriali in una serie di pratiche conformi.

Questo stesso conformismo rassegnato sembra condiviso dalla maggioranza degli studenti che hanno dimenticato in fretta le fiammate recenti, troppo impegnati come sono a compilare piani di studio e a non sbagliare mosse per guadagnarsi un diploma triennale e l’eventuale laurea specialistica.

PS : C’è anche un saggio di Danilo Kis sull’ homo politicushomo poeticus che può servire da cartina di tornasole.  Ma quello lo trovate nel libro appena edito da Adelphi

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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