
J Street Executive Director Jeremy Ben-Ami.
Photo: Ariel Jerozolimski
In questi giorni a Washington si sta correndo un grande rischio, quello della moderazione nelle parole e della fermezza nei fatti.
J Street ha colto il momentum e cerca di raccogliere quanti in America, oggi, e in futuro sperabilmente anche in Europa, hanno a cuore il destino di Israele, dunque del mondo.
E’ evidente dai discorsi sul palco , dalle domande dei congressisti, dagli articoli sui giornali e siti e i blog: è un alto rischio quello di essere aperti, ma va corso.
Le critiche che l’iniziativa di J Street ( qui il website, dove troverete tutto per farvi una idea personale ) sta subendo sono dunque giustificate, e il fatto che vengano sia accettate che discusse dimostra l’onestà intellettuale e politica quanto la forza identitaria e ideale di chi non ha paura di vedere messe alla prova della libera discussione le proprie idee, anche le più fondamentali.
In questo articolo del Jerusalem Post di ieri la questione è analizzata anche attraverso una intervista a Jeremy Ben – Ami, executive director di J Street. ( foto in apertura )
Non avere paura delle parole è la prima regola, ed è anche la prova del nove di ogni iniziativa politica.
Così come la spesso invocata, quanto altrettanto spesso tradita Buona Fede non è condizione che va richiesta alla controparte, ma condizione da offrire.
J Street è pericolosa, sì, per i pavidi e i miopi.
J Street potrà anche aver torto, e solo il prossimo futuro dirà se è troppo tardi per una iniziativa veramente coraggiosa e volontaria.
Ma prenderla come un arrendevole iniziativa buonista – per poterla più facilemente delegittimare facendo perno sulle paure ( giustificate e no ) , sulle diffidenze e sulle differenze che pure esistono – vorrebbe dire non comprendere le sue ragioni e l’urgenza della sua proposta.
Un secolo abbondante dopo il riscatto del Sionismo, sessantanni dopo la fondazione dello Stato di Israele, questa è l’occasione di riprendere quelle pratiche e quegli ideali che hanno fatto dell’ebraismo moderno un modello universale e dello Stato di Israele un miracolo civile continuamente rinnovato.
Recentemente, a Gerusalemme, sono stato a pranzo con due prestigiosi giornalisti israeliani di lungo corso: quando ho loro chiesto ” Cosa sta succedendo in Israele “ hanno taciuto a lungo, poi uno ha detto che il suo silenzio era dovuto al fatto che stava prendendo atto, ancora una volta, che ” non stava succedendo nulla, e che quello era il vero problema “. L’altro ha annuito e ha aggiunto che ” si stava solo aspettando la prossima guerra, o anche due…” .
Non basta: la condizione in cui lo Stato di Israele si trova per la prima volta è quella di doversi difendere da una Guerra Psicologica Mediatica Globale che trova facile terreno nelle mutate condizioni del Mondo dopo l’11 settembre, le Guerre in Iraq, i cambiamenti economico politici in corso, i nuovi assetti mondiali…
L’inziativa di J Street lo ha ben chiaro e – nella immobilità, nella vera pericolosità ( estremismi pelosi, umanità confusa, crisi economica e inadeguatezza culturale diffusa ) della condizione esistente – lavora per dare coraggio al coraggio che ci vuole quando ci vuole.
Per questo i rischi che prende non solo sono moderati, ma necessari e ragionevoli : moderati rispetto alla catastrofe possibile, necessari per il momentum e ragionevoli, sì, anche ragionevoli .
Nel mondo – accanto e spesso sotto al rumore delle incomprensioni e delle lotte, delle sconfitte e delle delusioni – è in atto ( volontaria e lungimirante o subita e arresa ) la presa di coscienza della necessità non rimandabile di una trasformazione che apra a un futuro di possibile nuova reciproca comprensione.
J Street non fa altro che cogliere questo segnale di pericolo e potenzialità insieme che le crisi segnalano con evidenza, e lo coniuga su uno dei problemi nodali del mondo sia dal punto di vista economico che simbolico.
La Strada di/per Israele è anche la Strada di/per l’ebraismo mondiale, Diaspora inclusa.
Non assumerne – nel totale rispetto della sovranità popolare degli Israeliani – la consapevolezza attiva è non corrispondere alla chiamata alla responsabilità che ogni elezione meritata esige, ed è venire meno al precetto, alla mitzvah più radicale della tradizione ebraica: essere per la vita con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto il cervello. Amen !




0 Responses to “Il rischio della moderazione, la responsabilità del coraggio.”