Impararsi a

29Oct09

SlowLearner1stEdition

Nel parlato triestino, impararsi è voce frequente, serve a dire che uno si sta imparando da solo una cosa.

Che, poi, significa veramente che uno impara dalla propria sola esperienza, in un dato momento ( qui in Rete l’ho visto chiamare “the a-ha moment” ), quello che la sua esperienza con gli altri gli ha insegnato, spesso amaramente.

A scuola te la correggono, perchè si dice imparare qualcosa, ma come va spesso il dialetto restituisce sfumature psicologiche e comportamentali che la lingua spesso perde per strada.

Oggi, in un lucido post ( aperto ai commenti ) Luca Sofri dimostra che è uno bravo, bravo davvero. ( eppoi tifa per gli Yankees… )

Apro i commenti, che mi sono utili pareri, integrazioni e obiezioni costruttive a un corso di pensieri. Non so se ne arriveranno, che i migliori di voi saranno stroncati dalla lunghezza e dal disordine di queste riflessioni. Sono dense, pesanti: volevo mettere carne al fuoco e non mi sono curato di condirla. Non le ho neanche rilette. Proviamo.

Sto scrivendo e cercando di capire una cosa, che è resa complicata dalla nostra tendenza a discutere più le parole che il loro significato. ( … )

Poi affronta un nodo, e un chiodo ( certi padri possono essere devastanti, ma se non lo sono sono Maestri ) della nostra condizione attuale, quello dell’imparare e dell’insegnare.

Ve ne consiglio la lettura integrale, compreso il mio commento, che così evito di mettere qui.

Poi pensateci su, senza necessariamente commentare in pubblico.

Perchè sarà capitato anche a voi che in una discussione siete stati aspri e negativi con la persona o l’argomento diverso dal vostro, salvo poi, tagliando le zucchine o andando in motorino, qualche tempo dopo, dar alla persona e al suo ragionamento la ragione che merita

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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