Giovanni Leghissa, Alessandro Piperno, Saul, Isaac, Leone, Fiodor and mi

06Nov09

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Scommetto un buon libro ( o una cena a casa mia/sua, in cucina ) che Alessandro Piperno apprezzerà il saggio di Giovanni Leghissa, quando lo leggerà insieme agli altri del prossimo numero di PANTA intitolato PANTADECALOGO.

Sono certo di vincere perchè la domanda su cui si chiude il suo bellissimo pezzo sul Corriere della Sera di ieri trova una possibile e convincente, semplice risposta nel lavoro del filosofo triestino-viennese.

C’è un tipo di ateismo che definirei scientifico  ma meglio sarebbe definirlo procedurale  che riguarda l’accettazione della modernità intesa quale atteggiamento in virtù del quale si ritiene che le controversie tra umani si risolvono meglio senza fare ricorso all’ipotesi del divino, ovvero senza immettere nelle proprie procedure argomentative narrazioni di natura mitica o teologica. Questo ateismo fa parte integrante delle modalità attraverso le quali si risolvono sia le controversie scientifiche, sia quelle attinenti le decisioni collettive che devono portare a definire l’ambito della vita buona. Anche se la marcia verso il compimento della modernità ancora non si è conclusa, come alcuni non hanno mancato di rilevare,1 credo si possa affermare con buona approssimazione che l’assenza di ipoteche teologiche sia il principale contrassegno di tutte quelle pratiche condivise nel mondo della vita definibili come “moderne” e caratterizzate dal desiderio di mettersi d’accordo su obiettivi comuni in base a modalità argomentative che possono venir accolte  o respinte  dall’uditorio universale facendo appello unicamente all’uso pubblico della ragione.
Si noti che questo ateismo non implica l’assenza, nell’ambito della sfera privata, di esperienze religiose legate a questa o quella tradizione religiosa: individui capaci di argomentare in base ai canoni della scienza nei contesti in cui è in gioco la verità, oppure capaci di cercare un accordo minimale in quei contesti in cui si tratta di definire il giusto o l’equo, possono benissimo scegliere, quando operano in contesti comunitari definibili come religiosi, di adorare questo o quel dio, oppure possono abbandonarsi a pratiche magiche di varo tipo, volte per esempio a influenzare il corso degli eventi ricorrendo all’aiuto di potenze sovrumane o demoniche.
Nel presente contesto, però, mi interesserò a un altro tipo di ateismo, che definirei esistenziale, il quale implica l’accettazione del fatto che non solo la vita umana in generale, ma soprattutto la propria vita, sia articolabile quale avventura sensata e tutto sommato divertente anche in completa assenza di un riferimento vincolante a una figura divina che si porrebbe come garante del senso da attribuire alla propria esistenza e al proprio sforzo di comportarsi in modo corretto e rispettoso verso i propri simili.
La tesi che vorrei sostenere è che tale ateismo può essere visto come una declinazione possibile del divieto biblico di farsi un’immagine del divino. ( … )
( Tratto da Non avrai altri dèi al mio cospetto”: considerazioni su idolatria concettuale e ateismo
di Giovanni Leghissa – PANTADECALOGO. )

Questa pagina, la prima di un lavoro breve ma succoso, pone la premessa per un approccio serio alla questione che anche Piperno affronta nel suo articolo, tramite Tolstoj e Dostoewskj, a loro volta schermati da Singer e Bellow.

Piperno -  i cui articoli di/da/sulla letteratura hanno il dono della perspicacia e del rigore ma non annoiano e – soprattutto – non sono scritti per lui e per pochi altri felici – usa le armi dello scrittore per entrare da critico nei testi dei suoi colleghi viventi, che respirino ancora da soli o per insuflazione di noi,  loro lettori.

Talvolta l’operazione gli viene meglio, per complicità o invidia per gli scrittori di cui scrive, perchè a mio parere Piperno è, di natura, un narratore.

Avevo da poco letto il suo libro su Proust e l’ebraismo grazie all’assist di Giorgio Pressburger che un  certo Alessandro Piperno, preceduto da squilli di tromba, se ne esce con un romanzo dal titolo PhilipRothiano anzichenò, ” Con Le Peggiori Intenzioni “. Lo mismo Piperno ? – mi chiesi già sospettoso e prevenuto. Il saggio non mi aveva convinto, questione di lingua più che di tema, e il titolo mi pareva forzato. Ma – consapevole come sono e resto – di aver da rileggere Proust ancora longtemps prima di dire in pubblico qualcosa a proposito, mi ero beato della sua capacità di entrare in certe pagine, in certe sfumature: puzza di scrittore, mi dicevo, dell’egocentrismo e della sapienza di uno che le parole le piega, non le s/piega…

Poi, ripeto: prevenuto, leggo il romanzo. Mi piace, non quanto a Antonio D’Orrico ma si sa, a D’Orrico uno scrittore o un romanzo piace troppo, o per nulla.

( A proposito, Sior Magazine, quando tributa l’0nore – e le copie vendute, e la diffusione e il piacere che porterebbe ai lettori – che ha largamente sprecato per modesti quanto bravi – ma di questi tempi, però… – scrittori italiani e non a un gigante della letteratura chiamato Romain Gary ? Non può non averlo letto, e forse se ne è già un poco occupato, ma non con l’intensità che merita. Merci, au re vous lire. )

Allora richiedo a Pressburger  il libro di Piperno su Proust, ma lui non lo trova, o teme glielo rubi, adesso che l’autore è diventato famoso…

Il che ci porta al tema iniziale dell’articolo sul Corriere della Sera di ieri - ” Isaac Singer, l’odiato amico “.

Dopo aver letto il quale, ho pensato che una vera amicizia può aver luogo solo fra simili, meglio se in conflitto tra loro – nemici ma sulla stessa strada impegnati a cercare e possibilmente – talvolta e impermanentemente – trovare lo stesso tesoro.

( qui andrebbe dato conto di un libro di pochi fogli e mille stimoli di Agamben, ” L’Amico “ , Nottetempo, ma già sto facendo anche troppo il bauscia, mi limito a segnalarlo, oltre che usare l’illustrazione a partire dalla quale svolge – da par suo – il tema dell’amico… )

E finalmente torno a Giovanni Leghissa, alla lettura del suo “Non avrai altri dèi al mio cospetto” : considerazioni su idolatria concettuale e ateismo ”, di prossima uscita nel PANTADECALOGO.

Giovanni e io ci conosciamo da quel pomeriggio del - boh, chi lo sa, lo saprà lui, poi glielo chiedo – in cui, a partire da una mia frase nel corso di un programma televisivo a proposito di Moses Mendelssonn ( il filosofo, non il musicista ), facemmo tali  giri di parole e divagazioni da restare insieme oltre quattro ore: molto oltre, chè quelle ore sono ancora in corso, una ventina d’anni dopo.

Il legame fra noi è passato attraverso il gusto per il cibo , la filosofia, il vino, la storia delle civiltà e quella di noi due.

Ma fino a ieri, fino a quel magnifico minuto dopo aver letto l’ultima delle venti pagine del suo lavoro ( op. cit. – he he he ! ), qualcosa di non detto e di non scritto era rimasto fuori, come un ospite desiderato ma non ancora ammesso.

Ora, voi che forse avete letto fin qui vi state dicendo quel sonante echissene che ci vuole quando uno, come sto facendo io, usa parentesi e digressioni come diversivi e trappole, per sè e per gli altri.

Bene, messaggio ricevuto, torno alla questione.

Che è quella – nientepopòdimeno – dell’esistenza/inesistenza di dio, o di Dio, o di io, o di Io…

Ebbene, la risposta – una possibile risposta – sta in quel saggio di Giovanni che io ho già letto tutto ( questa è la paga di una amicizia intellettuale: leggi prima, con-dividi ) , ma Piperno e voialtri solo la prima pagina, forsi !

Come tutte le risposte alle domande ben poste ( quelle sono difficili ),  è semplice.

Ed è necessaria, nel duplice senso della sua naturalità stringente e del suo bisogno di esser nota in questi tempi di paroloni e mega questioni, di simboli sbandierati e politici inadeguati, di laicismi cattolicheggianti e astrusità pseudo liberali.

PS Di Alessandro Piperno aspetto con gioia l’opera seconda in narrativa. Letteralmente. Voglio dire che apprezzo non sia ancora uscita: denota consapevolezza, visto il tema da lui ( scherzosamente ? Non credo ) annunciato. Un tema anche lui sia proustiano sia rothesco…, e vecchio come la Bibbia.  Ma, ciò detto, Piperno per favore, a quella cena da me o da lei, mi sappia dire, la prego, mi faccia leggere

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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