Dentro

07Nov09

Non smise fino alla strofa finale, incredulo prima ancora che ammirato. Stava cantando senza stonare. Entrò in casa e i saluti scodinzolanti che lo accolsero sembravano una lancetta di metronomo.  Sapeva bene di non sapere di quella canzone famosa che il ritornello, e temeva di finire perchè finendo sapeva di aver finito il suo inedito momento intonato. Così tenne la nota finale più a lungo di quanto sarebbe stata  nella quadratura giusta, per non aver il tempo di pensare. Depositò latte e pane. Tacque. Guardò il bassotto, il suo metronomo batteva ancora. Prese fiato con la calma e l’incertezza di chi assapora un liquore di cui non resta che un sorso, quello. E riprese a cantare, via via più  sicuro,  sempre meno incredulo. La naturalezza – pensava camminancantando verso la stanza da letto, bassotto entusiasta al seguito  – la naturalezza è quando non pensi e ti viene, funziona nel bene ma anche nel male, c’è gente che inciampa continuamente ma crede di camminare dritto. Si fermò: stonò prepotentemente. Sorrise, ma ci rimase male. Artù era già in cuccia, zampe all’aria, in attesa. Si inchinò alla sua sorridente bassezza, inspirò bene e comincio a fargli gratta gratta. Dentro, cantava benissimo.

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a vànvera

Il singolare femminile vànvera, utilizzato solo nella locuzione avverbiale a vànvera, significa “a casaccio, come viene viene” e compare oggi quasi esclusivamente nelle frasi parlare a vànvera e fare le cose a vànvera, “senza riflessione e senza fondamento di realtà”, mentre anticamente, con uso più largo, si diceva anche tirare a vànvera (con l’arco e simili ), cioè “senza mirare”. Due sono le ipotesi etimologiche: secondo la prima potrebbe derivare dal nome di un gioco (forse di origine spagnola) detto della bambàra; la seconda, invece, riconosce nella locuzione una variante del più antico ma equivalente a fànfera, voce onomatopeica affine al toscano fanfano “chiacchierone, fanfarone”.

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